Mancano le leggi per perseguire il Terrore, dice Panebianco sul Corriere

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La guerra con lo Stato Islamico non è finita. Sono finiti, al momento, gli scontri armati nei luoghi scelti per il nuovo Califfato. Ma le truppe sono sopravvissute alla dissoluzione del progetto di insediamento territoriale, e molti dei combattenti stanno tornando a casa, anche in Europa, nei Paesi in cui sono nati e di cui hanno la nazionalità. E da cui, quindi, non possono essere espulsi.

Possono soltanto essere accusati, a fronte di prove certe, di avere combattuto per un (folto) gruppo di terroristi nemici dell’Occidente e dei loro Paesi di origine, a favore della propalazione del Terrore. Ma, in realtà, nessuno li accusa, per non peccare di islamofobia – dice Angelo Panebianco sul Corriere della Sera – e per non scadere nel politicamente scorretto.

Però, sono sorvegliati speciali i combattenti italiani che li hanno contrastati sul campo accanto ai curdi, come il giovane fiorentino ucciso pochi giorni prima della cessazione delle ostilità. Siamo nel paradosso. Non sono sorvegliati i nemici, mentre sono sorvegliati quelli che hanno combattuto per noi, per la nostra civiltà, e l’hanno scapolata.

Prosegue Panebianco che l’Autorità Giudiziaria e le Forze di Polizia hanno le mani legate. Mancherebbero le leggi, in Italia e in Europa, per perseguire gli amici dei terroristi, che nei territori di origine non hanno commesso attività criminali. Non siamo d’accordo.

Le leggi internazionali sull’attività criminale svolta ovunque nel mondo, contro l’umanità, prevedono che i reati debbano essere perseguiti, a scopo sanzionatorio e interdittivo. Lo abbiamo sostenuto anche a proposito degli scafisti che pongono le condizioni per l’affogamento in mare dei poveretti trasportati. Bisogna, però – e su questo siamo d’accordo con Panebianco –  che ci sia la volontà di farlo, che non si tema di infrangere la regola del politicamente corretto quando si parla di Islam. Non è un’equazione.

Non si può sostenere che l’appartenenza all’Islam sia indice di un progetto di infrazione delle regole di convivenza civile e pacifica. Ma è vero che i terroristi uccidono, nel nome di Allah, i cristiani riuniti nei luoghi di culto. Checché ne dicano Obama e Hilary Clinton, timorosi di pronunciare la parola “cristianità”, e per questo sono ricorsi, in occasione della strage nello Sri Lanka, all’infelice espressione di “adoratori della Pasqua” (Easter Worshippers) per le vittime degli attentati.

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