Macron a Che Tempo che Fa

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Ai microfoni di Che Tempo che Fa, abbiamo visto un Macron insolitamente mite, affabile, fin troppo semplice. Il set dell’intervista è stato volutamente povero, oltre ogni attesa, vista la grandeur che non manca mai nei discorsi e nei comportamenti di Macron: due sgabelli nell’atrio del palazzo, come se Fazio non meritasse altra ospitalità, con le scale alle spalle e una bandiera lontana. Solo francese, non c’era la bandiera europea.

Lo diciamo soltanto perché, in precedenti occasioni italiane, i giornali (italiani) hanno aspramente criticato la mancata esposizione del vessillo europeo negli uffici pubblici nazionali. Le domande non sono state insidiose e hanno offerto a Macron la possibilità di dire la sua sui temi caldi (e controversi) senza contraddittorio.

Non è uscito fuori il soprannome di Giove, come Macron ama definirsi, e la storia di Benalla, sua ex guardia del corpo, picchiatore non autorizzato ai cortei studenteschi, non è stata nemmeno sfiorata. Tutto molto convenzionale, quasi scontato.

Per il programma è stato certamente uno scoop, senza spese extra. Fazio ha precisato che la Rai non ha sostenuto i costi della trasferta, rispondendo alle polemiche della vigilia. Ma, oltre al risultato di immagine per Fazio, e, in parte, per Macron, non si è andati.

Sotto il profilo politico, il servizio non ha dato nulla agli spettatori italiani. Macron si è animato solo quando ha parlato di antisemitismo, secondo lui strisciante (forse in Francia, non in Italia, secondo noi). In sostanza, il servizio ha confermato il noto aforisma di McLuhan che “il medium è il messaggio”, non il contenuto.

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