L’ORGOGLIO DI RENZI

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Le elezioni, come è ovvio, o si vincono o si perdono, ma la differenza –  e questo è da sempre meno scontato – è capire, nell’una o nell’atra ipotesi, come si è giunti a quel determinato risultato.

Dopo la fatale notte degli scrutini, seguita da comunicati ufficiosi e successive smentite, Matteo Renzi, ha interrotto la suspense dall’attesa creata, magari anche di proposito (da vero show man), mostrandosi solo nel tardo pomeriggio di ieri davanti ad una gremita folla di telecamere che, nel frattempo, aveva invaso il Nazareno.

Renzi si è presentato vestito con abito scuro, camicia bianca ben stirata e, per non dare l’impressione di aver passato una nottataccia, più pettinato del solito. Il piglio, nonostante la chiara (ed inevitabile) ammissione della sconfitta, è quello di sempre e non tradisce alcuna esitazione nel tono della voce.

La sua valutazione, preparata con cura, appare ferma e piuttosto lucida; mette subito in chiaro che “chi ha vinto non ha i numeri per governare”, rivendicando la bontà della proposta referendaria a suo tempo respinta e, con una celata soddisfazione, non manca di cogliere l’occasione per celebrare la poca lungimiranza degli scissionisti che, con ogni evidenza, nulla hanno imparato dalla passata esperienza dell’ ex ditta “arcobaleno” capeggiata da Bertinotti.

Non se la sente, quindi, di intestarsi tutta la sconfitta e, in quest’ottica, porta l’esempio di quanto accaduto nel collegio di Pesaro, descrivendo l’aberrante vittoria del grillino “impresentabile” Cecconi (espulso dal Movimento a liste già chiuse), ai danni del Ministro Minniti. Se la prende anche con il Quirinale e con lo stesso Gentiloni, che avrebbero ostacolato il voto nel 2017, in concomitanza con gli altri Paesi europei.

Poi parla dell’immigrazione, che ha attratto il dibattito della campagna elettorale, assorbendolo quasi completamente. Sul punto, ci limitiamo a dire che la cieca ostinazione di voler approvare – senza successo e controtendenza  – la legge sullo “ius soli” ha favorito la Lega di Salvini, almeno tanto quanto ha penalizzato il PD.

E poi l’atteso annuncio: “è ovvio che io, di conseguenza, lasci la guida del partito democratico”. Ma, a ben vedere, nell’exit strategy di Renzi c’è più di quanto voglia dare ad intendere. Infatti, le sue dimissioni saranno effettive solo dopo la formazione del nuovo Governo (auguri a chi ci proverà!), già con l’intesa che dovrà essere convocata l’assemblea nazionale del partito, con l’apertura di una nuova stagione congressuale.

Quindi, il PD intanto andrà all’opposizione, con buona pace di chi già vedeva i democratici a far da stampella ai grillini che, a questo punto, dovranno cercare altrove (attenti alle mosse di Berlusconi), mentre il neo eletto Senatore Matteo Renzi si prepara ad una lunga traversata nel deserto, consapevole di avere dalla sua parte il vantaggio dell’età e un parlamento composto da suoi fedelissimi che pesa per il 19% circa.

Chiunque, oggi, si trovi a recitare il de profundis di Renzi, si tenga pronto a mettere la retromarcia; perché la politica ha i suoi tempi, fatti di alti e di bassi, le sue stranezze, ed è intrisa di inaspettati, e spesso fortunosi, accadimenti che possono mutare lo scenario in pochi istanti. Gentiloni, su tutti, ne è l’esempio più evidente.

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