Lo chiamano patto di legislatura


Siamo al patto di legislatura, che nell’interpretazione di Andrea Orlando, Pd, dovrebbe essere espressione più nobile del rimpasto.

In realtà, già Goffredo Bettini, demiurgo del Pd romano e non solo, ora che Zingaretti guida il partito, aveva suggerito la formula agli albori della coalizione inedita Pd – M5S, ma allora sarebbe sembrata una provocazione nei confronti dell’opposizione. Che oggi viene attratta nella prospettiva del patto, tramite i buoni uffici di Berlusconi, e quindi il patto diventa realtà.

 In sostanza, la maggioranza di governo si garantisce la tenuta del mandato di legislatura e, con questo, la gestione del Recovery Fund e la voce in capitolo per l’elezione del Presidente della Repubblica. Nulla di nuovo sotto il sole, in effetti.

Ma Lega e Fratelli d’Italia finora avevano negato la possibilità di accordi tra loro e la maggioranza, o almeno di accordi che non fossero limitati alle esigenze contingenti dell’emergenza sanitaria. Con cui le elezioni presidenziale c’entrano ben poco.

Ma, con quello che sta accadendo nel mondo, il prossimo presidente, i cui poteri sono molto aumentati nella prassi costituzionale da Scalfaro in poi, potrebbe essere determinante per la collocazione geopolitica italiana.

I candidati, vecchi e nuovi, non mancano, e ci vuole tempo per trattare e verificare lungo la strada, con i candidati in pectore, la praticabilità e le condizioni del patto elettivo. Lo chiamino pure patto, se gli sembra più elegante, ma sempre ammucchiata è. 

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