L’immobilismo di Roma città senza opposizione


La recente tornata elettorale delle amministrative cittadine ha comprovato il trionfo delle clientele e il crollo della politica. Sono crollati, fortunatamente, anche tanti volti noti che poco o niente hanno dato alla politica nel passato e i transfughi meno accorti nella preparazione del passaggio. E’ ormai chiaro al di sopra di ogni ragionevole dubbio che i partiti sostengono i tributari di voti organizzati, che sostengono i partiti, e che la politica con la “p” maiuscola o minuscola nulla ha a che vedere con candidature e risultati elettorali. La preferenza, che dovrebbe costituire la massima espressione della libera scelta di voto, è definitivamente archiviata unitamente a libertà e democrazia delle scelte. Salvo che non si considerino le clientele, costituite in virtù di interessi dichiarati, prevaricanti e codificati, espressione di libertà. A Roma la vittoria della giunta in carica ha segnato anche l’inesistenza dell’opposizione, platealmente denunciata dal fenomeno massiccio e avvilente del trasformismo. Mentre la giunta imperava, l’opposizione era acquiescente e provocava danni non solo alla compagine di appartenenza, ma alla intera società civile, che, in buona parte, ha subito il difetto di rappresentanza.

Danno enorme per la democrazia e per il futuro della società, convinta della ineluttabilità di sistema. Quando subentra la rassegnazione, la politica muore trascinandosi le libertà di critica e di proposta e i potenti di turno prendono vigore. Sia chiaro, il mio non è ragionamento di parte, ammissibile sotto il profilo politico, ma fazioso. Tutt’altro. Sono convinto, da liberale, che i cittadini debbano scegliere liberamente il governo nazionale o cittadino che preferiscono, secondo coscienza e riconoscimento delle circostanze in cui versa la città o lo Stato. E che coscienza e riconoscimento possano e debbano avere orientamenti definiti e predefiniti. Che tuttavia siano liberi, assunti in forza di convincimenti estranei alle suggestioni demagogiche e alla prepotenza delle clientele. Perché le clientele sono prepotenti, esercitano una indebita suggestione, se non coercizione, sulle volontà individuali piegandole alla logica dell’interesse particolare a discapito dell’interesse generale, in ricercata e assoluta assenza di coincidenza o quanto meno di coerenza degli interessi. La clientela è il contrario della democrazia e della libertà. Non è attività di lobbying, che esalta importanza e qualità di proposte utili alla collettività. Non è espressione di attività di categoria.

Maggioranza e opposizione che si avvalgono di uguale sistema, che non rompono la tradizione delle clientele, sono ugualmente responsabili sul piano politico. Il Paese e le città meritano di più. Roma, in particolare, richiede una visione e una progettazione di grande metropoli mondiale. L’interazione tra governo cittadino e governo nazionale è necessaria. Il progetto è altrettanto necessario. Con la debita precisazione che non sono urbanista, né esperto di arte o di amministrazione, ma semplice cittadino che ragiona, che delega alla politica e che vuole rendersi conto se la delega abbia prodotto i suoi frutti, mi chiedo se prospettive e futuro della città abbiano costituito oggetto di riflessione e di studio da parte della politica.

Roma è città d’arte, ma è anche Capitale di Italia, sede del Parlamento, del governo, di uffici centrali e periferici. Centinaia di migliaia di persone vivono e lavorano a Roma per offrire servizi utili a milioni di persone che vivono e lavorano in altre città e in altre regioni. Sedi delle istituzioni e uffici sono per lo più concentrati nel centro, in due o tre chilometri quadrati. Le auto blu imperversano. I servizi di trasporto pubblico non sono particolarmente efficienti. I cittadini romani subiscono i tanti disservizi, rassegnati e inconsapevoli che la vita sociale, in tutte le grandi capitali europee, è agevolata dalla contiguità con le istituzioni ed è considerata privilegio da spendere in varie sedi piuttosto che travaglio quotidiano. Ne risente, non di rado, anche l’accoglienza riservata ai turisti italiani e stranieri. Malgrado tutto, milioni di metri cubi abitativi continuano a essere scaricati sul suolo cittadino, indifferentemente dalla raggiungibilità dei luoghi di lavoro.

Fenomeno che ho potuto constatare nei grandi agglomerati urbani dei Paesi in via di sviluppo dove la vita delle persone riscuote più modesta considerazione, le arterie cittadine sono intasate in tutte le ore del giorno e della notte, il gradiente di respirabilità dell’aria non viene misurato e, seppure venga misurato, non influenza le scelte della politica. Malgrado tutto, a Roma i prezzi delle case continuano a lievitare e i giovani non accedono facilmente al mercato. Anni fa una eminente fondazione culturale propose uno studio sulla Capitale reticolare. Ignoro se sia mai stato preso in seria considerazione. Il tentativo di progettare il centro direzionale è fallito anzitempo.

La città giudiziaria, progettata negli anni ’60 per consentire condizioni di lavoro possibili agli operatori di settore, è articolata, a circa quaranta anni di distanza, in almeno tre poli. Le clientele, che forniscono voti un tanto al peso e presentano regolarmente il conto, sono indifferenti al travaglio dei cittadini perbene, maltrattati e regolarmente disinformati su stato e prospettive della città. Eppure Roma è patrimonio dell’umanità, più di qualsiasi altra città al mondo, per la storia, i beni museali, la concentrazione di prestigiosi edifici storici. La dichiarazione di tale condizione, del tutto unica, dovrebbe costituire particolare impegno della politica per restituire decoro alla città e dignità ai cittadini.

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