Le agende di Draghi


Sono almeno due le agende politiche di Draghi. Una si vede, non è esaltante, è fatta di provvedimenti presi o mancati sul green pass, sull’obbligo vaccinale e sulla migrazione.

L’altra non si vede, ed è quella che interessa veramente il paese. Non vedendosi, è esente da analisi e da critiche o da apprezzamenti. Vogliamo credere che non si veda perché sarebbe poco compresa e soprattutto poco apprezzata da larghi strati del mondo variegato della politica, che in parte si sostanzia nel Parlamento, a cui spesso Draghi fa riferimento nei suoi interventi, e in maggior parte nei partiti e nei sodali di qualunque risma, oltre che nei salotti, cari a Galli Della Loggia e all’intellighenzia che teme sempre di perdere peso e risorse.

Quindi, dobbiamo indovinare che Draghi stia giocando una partita che presenta due sponde, una interna, una esterna, che devono collimare.

Le risorse finanziarie svolgono un ruolo importante, ma non decisivo agli effetti degli interessi nazionali, perché il risultato dipende dall’impiego. Quando è stato a capo della Bce, Draghi ha stampato moneta raccomandando che gli impieghi fossero curati dalle banche prenditrici. Che non hanno eseguito o hanno eseguito male la raccomandazione.

Ora, gli impieghi interni dipendono largamente dal Governo, ma non solo, perché il mandato è a termine e la muta dei clientes non demorde. Quindi, meglio il silenzio, condiviso tra i ministri interessati e i loro fiduciari. La cui affidabilità si dimostrerà a cose fatte. Come di solito avviene.

Non abbiamo la pretesa di raccomandare, a nostra volta, senza i dati riservati che sono a disposizione di Palazzo Chigi, impieghi utili al paese. Cadremmo nella genericità. Di certo, le distorsioni più evidenti, che riguardano le banche (il mondo di Draghi e di Franco, ministro dell’Economia) e l’ordinamento giudiziario vanno corrette.

Perché l’alimentazione del sistema paese continua a essere largamente dipendente dalle scelte, felici o infelici, delle banche, e l’esito degli impieghi è largamente dipendente dal funzionamento dell’ordinamento giudiziario.

Voci di corridoio, magari divulgate ad arte, dicono che il nodo Mps sia al centro dei pensieri di Draghi e di Franco perché l’acquisizione di Banca Antonveneta, che ha provocato il bubbone, venne autorizzata da Banca d’Italia governata da Draghi. E l’acquisizione coinvolse un grumo di interessi ispano – britannici con la benedizione di poteri forti teoricamente estranei al mondo della finanza, ma in effetti molto interessati.

Non stiamo dietro al gossip di qualunque natura, ma contiamo sul fatto che la stabilità di Draghi a Palazzo Chigi non sia effimera e non volga al termine finché gli interessi nazionali preminenti non siano stati annunciati e soddisfatti, nel termine programmato, con ampia evidenza pubblica.      

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