L’avvocatura è pregiudicata dalla corruzione

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Ci sono ancora prospettive per la professione di avvocato in Italia? Diciamo subito di sì, ma a determinate condizioni. Che, in parte, riguardano la preparazione e le modalità di svolgimento dell’attività, ad esempio nel rapporto tra colleghi e con i giudici, ma che, in maggior parte, riguardano gli assetti esterni, la mentalità dell’utenza, dagli imprenditori, piccoli e grandi, alle banche, alle società pubbliche, ai giornali, alla politica, almeno per quanto interessa l’utenza di affari.

Altre volte abbiamo affrontato il tema delle disfunzioni che inquinano il mondo degli affari in Italia. Il sistema è profondamente corrotto, a detta di tutti gli esperti, e inquina anche l’affidamento degli incarichi professionali a rilevanza pubblica. Se l’imprenditore può ottenere subito quel che – forse – può ottenere con la stessa spesa dopo anni di domande inevase e di controversie amministrative e giudiziarie, cosa è portato a scegliere? La domanda è evidentemente retorica. Perfino ragioni morali assistono l’imprenditore che ricorre alla corruzione. I ricavi gli servono per sviluppare l’attività e mantenere i dipendenti e le loro famiglie. E così via.

Tutto quello che si può immaginare a servizio del pretesto di sopravvivenza. Ma non basta. Perché, se i piccoli imprenditori ricorrono alla banale tangente, i capitani di industria ricorrono agli scambi su diversi tavoli, ignoti ai più, magari estero su estero, all’assistenza “caritatevole” (una volta si diceva pelosa) prestata alle fondazioni di politici e affini, all’attenzione e al favore della stampa. Diciamolo. Spesso è una deviazione, ma funziona così. Il grande imprenditore, il grande professionista, godono del privilegio della notorietà, che, nell’epoca dei media, è garanzia di successo e di rispettabilità, più che per chiunque altro. Rispetto al rapporto con questa realtà l’avvocato che esercita dignitosamente la pratica professionale in provincia o anche nelle grandi città, ma è fuori dal giro “bene” (cosiddetto), è fortemente sperequato. Anzi, non ce la può proprio fare a competere con le grandi organizzazioni professionali, non solo di avvocati. Perché questa è un’altra anomalia del sistema Italia.

E’ evidente che il lavoro di brasseur d’affaires non richiede grandi competenze. Richiede rapporti fiduciari (in effetti, complicità) e credibilità, che viene dalla conquista del mercato di riferimento e quindi dal senso di impunità che si acquisisce dopo tante malversazioni felicemente eseguite sul campo. Sfogliamo i giornali degli ultimi 15/20 anni e ce ne rendiamo conto. Dinanzi a queste difficoltà, l’avvocato giovane, o anche meno giovane, è scoraggiato, si rifugia nell’inutilità della preparazione e tende ad acquisire cattive abitudini. La materia è complessa, non si può esaurire con poche battute e richiede confronto. Il sale dell’avvocatura. Lo auspichiamo. Siamo disponibili.

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