L’appello contro Calabresi, un diversivo


Il nome del commissario Luigi Calabresi, assassinato a Milano nel maggio 1972 dopo un’intensa campagna giornalistica di criminalizzazione, non esclusiva di Lotta Continua, si ripresenta periodicamente a inquietare le coscienze degli italiani.

Non soltanto di coloro che hanno sottoscritto il cosiddetto appello o manifesto pubblicato dall’Espresso (posto, naturalmente, che i firmatari abbiano una coscienza), anche o soprattutto di quelli che sapevano, o avrebbero potuto sapere, e, invece, di intervenire o almeno denunciare, hanno lasciato che, di articolo in articolo, il clima di colpevolizzazione a carico di Calabresi degenerasse, fino all’assassinio.

Giampaolo Pansa, invitato, a sua volta, a firmare l’appello, declinò, ritenendo, come spiegò in seguito, che la campagna legittimasse e armasse la mano degli assassini.

Nei giorni scorsi Mughini, intervistato dalla Verità, ne ha parlato ancora. E’ convinto, come noi, che molte persone in realtà fossero informate del progetto omicidiario e che abbiano taciuto. Aggiungiamo noi che abbiano taciuto per timore di essere accusate di complicità o per effettiva complicità  o per “semplice” ignavia.

Rileggendo gli articoli e gli atti più noti della vicenda, ci siamo convinti che l’omicidio – si dice consumato in rappresaglia della morte di Pinelli, precipitato dalla finestra della Questura di Milano – sia stato, in effetti, commesso perché Calabresi, coraggioso e poco duttile a pressioni, fosse in possesso di informazioni scomode e indagasse in direzioni meno ortodosse.

Non ci risulta che questa pista investigativa sia mai stata percorsa, nemmeno nel corso del processo che si è concluso con la condanna dei 3 noti imputati. E non diciamo che i condannati abbiano ucciso – se hanno ucciso, nei rispettivi ruoli, secondo la sentenza definitiva di condanna – per questo movente.

Tuttavia, l’incarico e la sagacia investigativa di Calabresi, impegnato nelle indagini delittuose di quegli anni (in seguito definite di “strategia della tensione”), insieme alla consapevolezza che qualcosa potesse accadergli, suggeriscono che non temesse di essere ucciso per la morte di Pinelli, di cui sapeva di essere incolpevole, comunque fosse avvenuta, ma per altre ragioni.

L’attentato, tra l’altro, è stato eseguito circa 2 anni e mezzo dopo la morte di Pinelli, e la campagna giornalistica di criminalizzazione di Calabresi non è stata immediata. Un movente “pubblico” era necessario. Troppo clamoroso l’assassinio. La veste di responsabile della morte di Pinelli e lo “sdegno” denunciato nell’appello sono stati un ottimo diversivo.      

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