L’amarcord di Achille Occhetto


Il nome di Achille Occhetto non dice molto ai millennial. Eppure, Occhetto è stato, per anni, uno dei protagonisti della politica italiana come esponente di punta del Pci e ha rischiato, grazie alla svolta della Bolognina (sostanzialmente un contrordine, compagni), di vincere le elezioni del 1994 e di insediarsi al governo come Primo Ministro.

Non ce l’ha fatta per la famosa scesa in campo di Berlusconi, e ha lasciato la politica, a poco più di 50 anni. Non a mal partito, grazie ai tanti anni trascorsi in Parlamento e alle sostanziose indennità di fine carriera.

Ma l’amarezza di non essere riuscito, di non avere sfruttato a dovere “la gioiosa macchina da guerra” che, nelle ambizioni sue e dei maggiorenti del partito filosovietico, avrebbe dovuto rivoluzionare dal di dentro la politica italiana, non l’ha abbandonato, e, quando può, fa passare gli errori commessi come precisa scelta politica, addirittura come suo “dovere”.

Come ha fatto nell’intervista rilasciata a Walter Veltroni per il Corriere della Sera. Che è interessante, però, non tanto per la sua comprensibile amarezza, quanto per la contraddizione in cui scade il suo ragionamento quando parla delle Brigate Rosse e del rapimento di Moro.

Nella stessa frase, Occhetto, rispondendo ad una domanda sulla strategia della fermezza adottata, tra gli altri, da Berlinguer nella trattativa sulla liberazione di Moro, dice che “il rapimento di Moro non è circoscrivibile all’azione esclusiva delle Brigate Rosse … non c’è dubbio che agissero due soggetti esterni all’Italia”, per poi concludere che la trattativa, boicottata da Berlinguer e da altri notabili della politica, avrebbe legittimato “un avversario pericoloso per la democrazia italiana come le Brigate Rosse”. E’ evidente la contraddizione.

Se sono stati i due soggetti esterni, o almeno uno dei due, a usare le Brigate Rosse per scopi ignoti o comunque estranei alla lotta armata, le Brigate Rosse non sono state così temibili per la democrazia. Hanno contribuito all’affermazione di un disegno concepito e coltivato in lidi remoti.

Nella stessa intervista Occhetto affronta con una certa timidezza anche il tema di Mani Pulite, i cui esiti sono sfuggiti di mano alla politica, esaltando il potere della magistratura “delegata” dalla politica, nella visione di Luciano Violante.

L’amarcord di Occhetto, incoraggiato da Veltroni, che, anche da giornalista, insegue il sogno della sinistra unita (per fare cosa? più diritti civili e meno diritti sociali?), conclude ricordando di avere proposto la riunificazione a Craxi e che Craxi avrebbe declinato per la fame di potere (e degli effetti concreti del potere) dei suoi compagni di partito. A questo si può credere.

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