La ricetta liberale è indifferibile


Sarà stato per un eccesso di fiducia nella caratura del prof. Monti, fatto si è che ci aspettavamo, da liberali, che il suo governo procedesse, a passo spedito, verso una decisa riforma in senso liberale dello Stato. Perchè, sia chiaro ed a prescindere dall’opinione sul thatcherismo, l’Italia non è stata il laboratorio mediterraneo e soleggiato delle ricette liberiste. Anzi. I risultati della cura Monti, però, sono al di sotto delle aspettative. Soprattutto delle aspettative liberali, come mai oggi in fermento in Italia.
La costituzione economica dell’Italia venne affidata, nella immediatezza della ricostruzione post bellica, alle cure di un ristretto manipolo di liberali. I risultati furono, nonostante le avversione provocate, lungimiranti. Dalla stretta creditizia di Einaudi nel 1947, accusato dalle sinistre di affamare il popolo, ma che invece ammansì l’inflazione, alla liberalizzazione degli scambi fortemente voluta da La Malfa, con tanto di strali degli industriali che invece sguazzavano e prosperavano con il protezionismo doganale. Ciò avvenne nonostante gli equilibri politici – tutti incentrati sul bipolarismo imperfetto di Dc e Fronte Popolare. Con gli anni sessanta, e con crescente irresponsabilità negli anni settanta, quell’affidamento in mani esperte della leva economica venne meno, e produsse l’ipertrofia della spesa pubblica, con la quale il consenso sociale e politico veniva finanziato, e l’ideologia della cultura dei diritti a costo zero.

Confidavamo che il governo Monti, nei pochi mesi a disposizione e facendo leva sulla sua insostituibilità politica, potesse riprendere in mano – nonostante la pessima politica italiana – le leve dell’economia, spingendo per realizzare non molte, ma quelle poche riforme liberali di cui questo paese ha davvero bisogno. E non solo perchè imcombe la crisi finanziaria, che per l’Italia è stata la polmonite su di un malato di febbre gialla.
Nonostante gli sforzi encomiabili e l’innegabile successo della riforma previdenziale, già con le annuciate liberalizzazione Monti ha dovuto cedere il passo alla pressione delle lobby, che in Italia non sono gruppi di pressione esterni ma sono costituite dai due principali partiti che sostengono il suo governo.

Il caso della riforma del mercato del lavoro è emblematico: invece di premere sul principio – liberale – che il governo ascolta tutti ma deve decidere da solo, ci si è fatti irretire, ed annacquare, dal bisogno della politica di salvaguardare il proprio consenso elettorale, bisogno destinato a crescere sino alla paralisi di qui alle prossime elezioni amministrative.
In tutto ciò, prima giustificandosi per l’imminente catastrofe economica, il governo Monti ha agito con la leva dell’inasprimento fiscale. Nulla di nuovo, ma non si offenda se sosteniamo che sono inutili gli studi bocconiani per applicare la ricetta, affatto innovativa, del tassa e spendi e poi ritassa.
Quello che deve essere fatto, ora, è dimagrire il leviatano pubblico, con scelte necessarie e coraggiose. La lotta all’evasione non può ridursi a spedizioni punitive, ma deve essere sistematica. Con l’impegno di destinare il ricavato alla sola riduzione della pressione fiscale di chi le tasse le ha sempre pagate. Sul fronte delle spese, gli interventi improcrastinabili sono: il taglio delle varie forne di sostegno economico alle attività delle imprese e dei privati. L’obbligo da subito, per gli enti locali, di dismettere le partecipazioni in imprese di servizi che operano in contesti liberalizzati, dismissioni del patrimonio immobiliare non strategico – ed esclusi i beni di valore artistico e culturale.

Applicare, con serietà, una efficace spending review. Concentrare gli sforzi sulla riforma della giustizia civile, primo pilastro per un recupero di appetibilità del nostro paese per gli investitori stranieri: le risorse umane sono ampiamente disponibili. Basterebbe destinare parte dei lavoratori del pubblico impiego oggi presenti nelle varie articolazioni degli enti locali all’amministrazione della Giustizia con funzioni di supporto.

Gli uffici giudiziari devono essere accorpati al più presto: la giustizia di prossimità può essere al più delegata a forme di conciliazione, ma la stessa certezza del diritto impone una razionalizzazione degli uffici. Deve essere poi ripensato il modello processuale, sia nella struttura del primo grado, oggi giustificata più dal bisogno di sanare gli errori dei professionisti che non dalle esigenze di certezza e speditezza. Sia nella funzione e struttura delle impugnazioni.
Se Monti riuscirà a calendarizzare questi impegni di qui ad ottobre, riuscirà a guadagnare il bonus del semestre bianco, cloroformizzando gli appetiti dei partiti.
A Monti, oggi, non c’è alternativa. Ma ancor di più sono necessarie le ricette liberali.

di Andrea Bitetto

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