La partita di Berlusconi


Berlusconi ha avuto un percorso politico incredibile. Nessuno, prima del successo di Forza Italia, anno 1994, credeva veramente che potesse avere il sopravvento sulla versione rivista e corretta del partito comunista. Era un neofita della politica, se non per le frequentazioni con il partito socialista.

Ma non si impara la politica guardando e ascoltando. Altrimenti gli osservatori sarebbero tutti statisti eccellenti. Bisogna farla, confrontandosi con gli avversari e gli elettori. Con poteri, contropoteri e rappresentanti di interessi. Bisogna dominarla o quanto meno contenderla (come fa Renzi in questo momento), senza darlo a vedere. Con umiltà apparente. Magari con una doppia morale, per fare come fanno gli avversari, ma criticandoli.

Berlusconi aveva capito tutto questo nel 1994, ma non aveva calcolato le variabili. Che si sono presentate puntualmente nel momento del cambio. Quando l’aggregazione di Forza Italia, Lega Nord e Alleanza Nazionale si è seduta a Palazzo Chigi. Con i professori arruolati per dare un tono di nobiltà intellettuale, ma a digiuno di politica esattamente come Berlusconi, e fin troppo sussiegosi, che volevano insegnargli come si governa. Con i poteri forti, italiani ed esteri, che presentavano il conto, anche se avevano largamente assistito la controparte.

Berlusconi non poteva andare avanti e non poteva rassegnare le dimissioni senza ragione apparente. Allora, c’è stata la provvidenziale rottura con la Lega Nord, e Berlusconi innocentemente ha potuto passare la mano ai tecnici e agli ex comunisti.

Dopo lo scempio delle privatizzazioni, Berlusconi si è ripresentato al nastro di partenza, e ha vinto con lo stesso schieramento le elezioni del 2001. Il liberalismo di massa è rimasto lettera morta, ma poteri e contropoteri hanno voluto di più, e hanno picchiato duro. Nel 2011, dopo lo spread e il FATE PRESTO urlato dal Sole 24 Ore, all’insegna del rigore si è insediato il governo che più tecnico, a partire dal premier, non poteva essere. Ed è stato peggio. Molto peggio. Il resto è storia recente.

In tutto questo Berlusconi, dimostrando una tenuta eccezionale, soltanto in parte dovuta alla ricchezza personale, non ha mai mollato. Forza Italia è ancora sul pezzo, rappresentata da un Tajani più affidabile, agli occhi di Berlusconi, della Bernini e della Gelmini. E tratta con pari dignità della Lega e di Fratelli d’Italia, e maggiore duttilità, la partita della governance, con tutti gli effetti annessi e connessi. Politici, economici, finanziari.

Per Berlusconi, questa è, tutto sommato, la partita più importante. Gli auguriamo altri cento anni, ma, certo, le energie non sono più quelle di un tempo. La scaltrezza, invece, se possibile, sembra acuita. La posta non è soltanto il governo. E’ l’assetto del paese, in cui la famiglia, le aziende, le proprietà e lui stesso dovranno vivere nei prossimi anni.

Berlusconi è cresciuto nella religione del controllo. Non necessariamente diretto, anche per interposta persona, anche differito nel tempo. Ma controllo. Che significa riduzione delle variabili e prevedibilità delle mosse avversarie. Anticipandole, se possibile.

Tutto questo non è alla portata di Berlusconi. Il teatro della politica si è allargato troppo. Alcuni protagonisti sono cambiati e i poteri sono più sfumati di un tempo. Anche soltanto di 10 anni fa. Il conflitto con Bollorè è il segnale, il sintomo, non è la malattia. Che richiede una terapia non protocollata. E cioè, presenza, osservazione, prontezza di reazione, contezza delle risorse umane e non, e poi verifica dei risultati. Nel tempo.

In conclusione, la partita di Berlusconi fa parte della partita della destra, ma non si identifica con la destra. Di certo, è molto complicata. E Berlusconi sa di non poter perdere.      

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