Italia povera, così è e così deve essere, secondo il Corriere della Sera

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Il Corriere della Sera alza il tiro e, memore del principio “debole con i forti, forte con i deboli”, se la prende con la parte debole del popolo italiano (al cui tribunale, un tempo, Paolo Mieli, da direttore, non esitava ad appellarsi). Nell’editoriale Il carbone di Lenin” Federico Fubini sostiene la necessità e inamovibilità dell’“ordine economico esistente, per quanto detestabile … quali che siano gli orientamenti della massa dei disoccupati e di coloro che si sentono defraudati del futuro”, in base al principio di realtà. Secondo Lenin l’Italia, priva di carbone (il petrolio dell’epoca), non aveva nessuno strumento per partecipare agli scambi internazionali e, quindi, ai negoziati con le grandi potenze e doveva accontentarsi di un ruolo subalterno sulla scena mondiale.

Oggi, secondo Fubini, il carbone è rappresentato dai flussi finanziari, dominati dalla finanza internazionale (poco amica del nostro Paese). La citazione del carbone di Lenin è dotta, ma del tutto inconferente, malgrado l’aggiornamento merceologico precisato da Fubini, perché l’Italia ha altre risorse, di cui la finanza globale e le grandi potenze sono ghiotte, e, poi, perché, tutto sommato, l’Italia non è del tutto priva di disponibilità finanziarie (circa 4 mila miliardi). Che, anzi, rappresentano una ulteriore attrazione per la finanza estera, che si dedica in vari modi alle operazioni di spoglio, in danno dei risparmiatori italiani. Dall’attacco alla lira è passata alle privatizzazioni, alle truffe finanziarie di grande e media portata e allo spread.

Perché l’Italia, che non ha mai mancato di pagare i creditori ed è ricca di disponibilità finanziarie, debba essere considerata un Paese a rischio, è un mistero glorioso, che i vari analisti e le varie analiste con tutte le loro smorfiette non riescono a spiegare. Se non con il pregiudizio e lo statu quo: è così e basta.

Ma questo Governo sembra – diciamo “sembra” – che voglia dimostrare il contrario, che si possa cambiare, che si possa risalire la china della crisi, della disoccupazione e della povertà, a cui i precedenti governi – tutti, a prescindere dal colore e dalle rappresentanze – hanno ridotto, per incapacità e connivenze, l’Italia. Ricca, oltre che del risparmio agognato dalla finanza globale, di manifatture molto apprezzate, di risorse naturali sottovalutate e di una collocazione strategica, che la rende partner necessario delle grandi potenze (che in passato hanno usato i governi, incapaci di negoziare). Per non parlare del software di una civiltà rara nella storia dell’umanità. Ora, sotto attacco.

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