Il primato della politica


L’espressione, abusata dai politici di professione che  pretendono di dominare la vita pubblica più per grazia di Dio che per volontà della Nazione, richiede una riflessione e un approfondimento.

Anche il Presidente della Camera avverte da tempo: attenti, il Paese non capisce più. I politici, meglio gli oligarchi della politica, adottano il termine “primato” riferendolo a sé stessi e intendendo che le loro deliberazioni, assunte anche in sedi improprie, ad esempio nelle sedi di partito, sovrastino l’ordine dello Stato e con esso tutti gli altri poteri previsti dall’ordinamento. Non mi riferisco, per intenderci, al rapporto tanto dibattuto tra politici e magistrati, su cui tornerò in altra occasione, quanto piuttosto al rapporto tra politici e cittadini.

Che è il rapporto cardine dell’ordinamento dello Stato, se è vero, come è vero, che i politici sono eletti al Parlamento e governano lo Stato per delega dei cittadini, che non rinunciano, nel corso del mandato parlamentare, all’esercizio della sovranità popolare. E’ ben vero che non se ne sente parlare molto di sovranità popolare, nemmeno dai politici esperti di diritto costituzionale, tuttavia così è per legge immodificabile dello Stato. Salvo naturalmente atteggiamenti rivoluzionari, eversivi dell’ordine dello Stato. Ad esempio tutte le deliberazioni della politica o i mancati interventi della politica che contrastano i principi immodificabili dello Stato, si pongono rispetto alla Costituzione, carta fondante dello Stato, come atti contrari all’ordine e all’interesse pubblico, venendo meno al rispetto del mandato elettorale.

Anche il cittadino elettore è vincolato al rispetto dell’ordinamento e se alcuni elettori intendessero, sia pure mediante l’esercizio del voto, infrangere i principi fondanti dello Stato, essi stessi si porrebbero rispetto alla Costituzione come eversori in pectore.

Quali sono i principi immodificabili del nostro Stato e di ogni Stato che abbia recepito i principi della Democrazia Liberale? Il lavoro, la libera professione della fede religiosa, l’iniziativa economica privata, l’uguaglianza, l’attenzione per gli emarginati, il rispetto delle minoranze, la libertà delle opinioni e la libertà di diffonderle, il risparmio, il bene pubblico. Principi e valori che garantendo lo sviluppo dell’economia comportano la “felicità” dei cittadini.

Il termine felicità è naturalmente molto complesso, forse diverso dalla happiness della Costituzione americana, ma il concetto che intendo esprimere spero sia chiaro. Lo Stato non viene consegnato ai politici di professione ad ogni tornata elettorale perché ne facciano quello che meglio credono, ma viene affidato nell’interesse e per la felicità dei cittadini.

Mi chiedo: I cittadini italiani sono felici? Sono soddisfatti del modo in cui viene esercitata l”arte” della politica dai politici di breve o lungo corso? La risposta, per quanto vedo intorno a me, è sconsolantemente negativa.

Signor Presidente della Camera, non si tratta di incomprensione, se mi permette. La gente comune ritiene che il mandato elettorale venga, diciamo, travisato, che la sovranità popolare venga periodicamente lusingata dai politici che richiedono il nuovo mandato e che poi continuano a fare come meglio credono.

Nell’interesse e per la felicità di chi? Questo è il compito del M.i.l.l.e. Riflettere,  approfondire, sorvegliare, pretendere, proporre, in breve partecipare.

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