Il complotto internazionale, verità o menzogna


Un complotto internazionale minaccia la stabilità del governo nazionale italiano, il sereno svolgimento dell’attività istituzionale, il benessere dei cittadini, la capacità produttiva dell’economia e le prospettive delle generazioni a venire. Questa è, in sintesi, la teoria del complotto, periodicamente prospettata con varietà di intenti all’attenzione della società civile e al dibattito politico, rievocata con ironia da Antonio Di Pietro, con accenti meno lievi e con riferimenti puntuali da esponenti di primo piano del Pdl. In precedenza il Governatore Fazio aveva imputato alla lobby finanziaria internazionale la violenta campagna di stampa a suo carico.

L’Unione Europea si sottrae in questi giorni all’impegno comune nella mitigazione degli effetti della migrazione, che rischia di provocare fenomeni di destabilizzazione sociale in varie città e regioni italiane. Francia e Gran Bretagna assumono iniziative differenziate malgrado l’alleanza militare nell’intervento in Libia. Motivi politici ed economici sembrano suggerire trame di manovre complottiste a carico dell’Italia. Spunti storici significativi a sostegno della teoria risalgono alle alleanze estemporanee degli Stati italiani prenazionali con gli Stati nazionali europei già costituiti, avidi delle terre e delle ricchezze culturali italiane, ma la sede non consente una analisi storica esauriente.

Si può ritenere che i patti di Yalta possano avere introdotto ufficialmente, in sede storico-politica moderna, con la definizione delle aree di influenza, il tema del complotto, perché ciò che si propone quale legittima attesa di influenza e controllo delle scelte politiche in Stati indipendenti, può essere considerato, all’occorrenza, quale ipotesi di complotto in danno di istituzioni nazionali meno attente alle esigenze e alle ragioni dell’influenza o dell’alleanza, che dir si voglia. Fino alla caduta del muro di Berlino, al disfacimento dell’impero sovietico, all’allargamento dell’Unione Europea, alla riacutizzazione del conflitto medio-orientale, alla progressiva affermazione delle economie orientali, la stabilità del sistema ha subito tentativi di interferenza, ma è stata complessivamente mantenuta con metodi più o meno ortodossi. In seguito il sistema mondiale è stato ridisegnato, mediante trattati e attività sul campo, essendo chiaro almeno ai protagonisti della politica internazionale che il momento storico richiedesse interventi attivi, ancorchè traumatici.

L’accordo sul commercio mondiale ha rappresentato una tappa molto significativa. Lo stato di belligeranza diffusa in medio-oriente è un’altra tappa, cruenta e altrettanto significativa. Secondo orientamenti meno accreditati le inchieste sulla corruzione della politica e della grande imprenditoria, in Italia e in altri paesi europei, segnano una ulteriore tappa, traumatica quanto efficace sul piano dell’intervento strutturale istituzionale ed economico. Non siamo in grado in base ai documenti di accreditare la verità o la menzogna del complotto a carico delle istituzioni nazionali e della società civile italiana. Siamo tuttavia in grado di ragionare sugli effetti dell’eventuale complotto (o della legittima influenza) per desumerne la sussistenza in un rapporto di causa ed effetto, stabilendone le modalità operative, interloquendo con i referenti più o meno qualificati di comunità nazionali estere, nonchè di aggregazioni civili e sociali, discutendo su finalità e utilità o disutilità per la politica, la società e l’economia nazionale, lasciando l’esito del dibattito alle conclusioni dei cittadini.

I temi in discussione sono sia i diritti umani, che consentono la concretizzazione dei diritti civili, sociali e politici, che l’autodeterminazione dei popoli. Che l’Italia sia stata e tuttora sia, al pari di altri stati europei, limitata nella capacità di determinazione delle scelte politiche, sia strategiche, che contingenti, tramite strumenti leciti e illeciti, è un fatto acquisito alla storia e alla cronaca, testimoniato, tra l’altro, da due pubblicazioni molto documentate (Intrigo internazionale: una lunga e circostanziata intervista al giudice Rosario Priore; Piazza Fontana, Noi sapevamo: una altrettanto circostanziata intervista al generale Gianadelio Maletti) e confermato occasionalmente, più indirettamente che direttamente, per la verità, sul piano giudiziario, se non altro dall’incessata ricerca di responsabili primi di stagioni cruente della storia nazionale, dalla bomba di Piazza Fontana alle bombe imputate alla mafia nei primi anni ’90. “Destabilizzare per stabilizzare”, motto della strategia del chaos più volte citata nel libro Piazza Fontana, Noi sapevamo e richiamata, sia pur con accenti diversi, nel libro Intrigo Internazionale, è certamente chiave di lettura per la decifrazione di vicende di rilievo storico e giudiziario, purchè sia integrato dall’altro motto, meno dichiarato, ma altrettanto attendibile, “Destabilizzare per governare”, che è quanto in effetti accade, posto che il governo dei popoli non necessariamente richiede stabilità, anzi: dipende dalle circostanze, ma soprattutto dagli obiettivi di chi sia in grado di progettare e attuare manovre tattiche nell’ambito di una strategia complessa.

La strategia comporta obiettivi, scelte, risorse, la tattica richiede capacità di adattamento. È consentito ritenere che le strategie relative ai destini di uno stato, formulate al di fuori dei suoi confini, siano molteplici e possano convergere o divergere tra loro. I patti di Yalta hanno definito zone di influenza in parte stabili, in parte meno stabili. L’Italia, assegnata all’influenza statunitense e governata a lungo da aggregazioni politiche sintoniche, ha subito i contraccolpi della resistenza offerta sul territorio dal più forte partito comunista occidentale, cardine di una più vasta e articolata sinistra parlamentare ed extraparlamentare.

Il progressivo allontanamento della sinistra dalle ragioni del comunismo sovietico, attraverso la trama delle progressive spaccature, prese di coscienza, emarginazioni ed epurazioni che hanno generato partiti, correnti, movimenti, alleanze tattiche, giornali, in una scia di conflitti e di sangue, si è risolto nel pronunciamento seguito all’unificazione delle due Germanie e alla cessazione del rischio di invasione del territorio nazionale attraverso il corridoio orientale. “La storia è finita” è il titolo di un libro tanto fortunato quanto improvvido. La storia è continuata e l’Italia ha vissuto un’altra stagione di bombe. Chi ha avuto interesse nello scacchiere internazionale a provocare l’impulso alla destabilizzazione, che è diffuso sentimento popolare, quanto oggettiva difficoltà di governo, e quindi le difficoltà di progettazione dei destini nazionali in una visione politica interna ed europea? La risposta non è univoca e non si risolve in una lettura classica della storia italiana.

I progetti sullo scacchiere internazionale sono stati riformulati dalla graduale cessazione degli effetti di Yalta, pur sottesi a lungo alle vicende nazionali ed europee. I players non sono più soltanto gli stati, ma l’obiettivo perseguito è sempre lo stesso: il dominio del mondo o di parte significativa di esso. Quali sono gli agenti italiani dei vari players, se vi sono, e come agiscono e si rivelano, se si rivelano? La storia meno recente fornisce qualche chiave di lettura. Il partito comunista ha rappresentato per vari decenni la proiezione delle mire espansionistiche dell’unione sovietica in occidente, provocando, al grido “tanto peggio, tanto meglio”, la destabilizzazione strisciante dell’economia e della società e l’inquinamento della cultura. Il decadimento formativo e l’anomalo conflitto sindacale, tendente più alla criminalizzazione dell’attività di impresa che alla negoziazione del salario, hanno generato il gap industriale e i notevoli guasti sociali, riflessi sia nel debito pubblico che nelle esigenze tuttora insoddisfatte dell’investimento infrastrutturale in precedenza mancato allo sviluppo del paese. La coscienza delle esigenze di sviluppo nazionale e l’impegno politico effettivamente prestato alla soddisfazione di tali esigenze distingue l’esponente politico capace dall’incapace. La coscienza tradita caratterizza l’uomo di potere indifferente e, in taluni casi,  sostanzialmente eversore dell’ordinamento nazionale. L’analisi dei comportamenti fornisce tutte le indicazioni richieste per il processo di sintesi, consentito agli osservatori attenti della politica, malgrado la complessità delle vicende sociali e la presenza di comprimari capaci e incapaci, leali e sleali, nei settori di interesse della società italiana.

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