Guerra o pace, questione di politica

farnesina

I signori del denaro soffiano sulle ceneri della Guerra Fredda, il conflitto latente tra Stati Uniti e Unione Sovietica, archiviato dalla caduta del Muro di Berlino (anno 1989). La stagione di pace, che convinse Fukuyama a dichiarare “La fine della Storia” nel saggio del 1992, si sta concludendo. Si rinnovano i fronti, meno visibili e più inquietanti.

Negli Stati Uniti la vittoria di Trump ha scompaginato i piani dei suoi avversari, a dimostrazione del fatto che l’elettorato spesso ha intuizioni corrette e si orienta in base alle proprie concrete esigenze di benessere, e non alle logiche di dominio (altrui). Trump, infatti, ha subito dichiarato “America First”, con ciò intendendo che il piano di un Nuovo Ordine, contrario agli interessi americani, non sarebbe stato all’agenda della sua presidenza. E i mezzi di comunicazione, negli Stati Uniti e nel mondo, sono partiti all’attacco. Senza dichiarare, però, quale dovrebbe essere, negli intenti degli antagonisti di Trump, il progetto alternativo alla sua politica estera.

Abbiamo visto cosa è riuscito a fare nel Mediterraneo Obama, premio Nobel della Pace e rappresentante della intellighenzia mondialista. Senza Trump alla Casa Bianca, i tempi, per questa intellighenzia, sarebbero stati maturi per quali obiettivi?

La politica all’interno dell’Unione Europea, nel frattempo, si è, come minimo, sfilacciata. Il conflitto è stato alimentato soprattutto da Macron, quando, in Italia, sono cambiati gli interlocutori. Non più Gentiloni e i suoi, ma il “Contratto” tra i neofiti a Cinque Stelle e i leghisti, pratici di amministrazione locale e meno di politica estera. Da qui, l’evidenza degli attriti, dovuti sia alle gaffe di Macron, che deve rispondere dei suoi insuccessi alla finanza, il suo vero grande elettore, che alle iniziative improvvisate, in particolare, della compagine a Cinque Stelle.

Perché la politica estera può essere durissima, come insegna Sergio Romano, ma deve comunque rispettare un’etichetta, che non si apprende in un giorno. Con le iniziative di politica estera non si parla soltanto al proprio elettorato, si parla con il mondo e con la storia.

Anche la nuova Russia deve andare a regime. I problemi di sviluppo interno confliggono con le esigenze di investimento estero, consistenti in iniziative politiche e militari, impegnative e non immediatamente comprensibili ad una popolazione rurale, che non se la passa bene e che comincia ad essere informata. Putin fa del suo meglio, ma i due impegni del Paese non sono facilmente conciliabili.

L’altro grande protagonista mondiale, la Cina, non sta più a guardare. E’ diventata primadonna, ha coltivato a lungo i rapporti con i suoi rappresentanti di interessi nel mondo, che, ora, rispondono alla chiamata. Le prospettive di pace o di guerra non sono scontate. Molto dipende dalla politica quotidiana nelle tre parti del mondo.

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