Guerra nel centrodestra


Dalle frizioni al conflitto aperto nel centrodestra sulla prospettiva dell’intesa maggioranza – opposizione. Ben al di là del patto di non belligeranza o della formula più ampia, del patto di programma, sostanzialmente suggerita da Mattarella.

Berlusconi, per ragioni sue che prescindono dall’interesse generale del paese, è passato dalla semplice disponibilità alla proposta politica della condivisione delle scelte, che presuppone una stanza di confronto e scambio delle idee, e, si teme, non solo delle idee.

Lega e Fratelli d’Italia hanno risposto picche all’ammucchiata – non del tutto inedita – inseguita da Berlusconi, che farebbe perdere fiducia nell’alternativa di governo sbandierata da Salvini e Meloni.

Berlusconi, innervosito, ha risposto con un comunicato, in cui ha rivendicato la paternità politica del centrodestra, fin dalla sua “scesa in campo” nel 1993, in previsione delle elezioni del 27 marzo 1994. Che sono state, in effetti, elezioni storiche, sia per la vittoria inattesa della coalizione di destra (Forza Italia, Lega Nord e AN), sia per gli eventi che sono immediatamente seguiti.

Defezione della Lega Nord, per ragioni ancora tutte da affidare alla storia recente del nostro paese (su cui noi abbiamo scritto la nostra analisi), e passaggio delle consegne a governi “tecnici”, a cui è seguito nel 1996, con un paio d’anni di ritardo rispetto al progetto, il governo della staffetta Prodi – D’Alema.

Quello delle privatizzazioni, per intenderci, di cui ancora ogni tanto si parla, quando emergono gli effetti di medio-lungo termine, seguiti a quelli di pronto e breve termine: lo spoglio del patrimonio pubblico a favore di amici, che siamo tentati di definire altrimenti.

In questo spoglio, per essere chiari, rientrano Telecom, Autostrade, Seat (4 miliardi di euro “espatriati” in un colpo solo), che hanno comportato perdite pubbliche e private. Il conto della privatizzazione di Autostrade è stato presentato dal crollo del ponte Morandi. Il conto di Seat, che i nostri legali di riferimento, nel silenzio generale, hanno portato in tribunale, è stato pagato da 500 mila piccoli azionisti, che hanno perso 10 miliardi, sempre di euro, oltre che dalle imprese dell’indotto, dall’Inps e dall’Erario. 30/40 miliardi, a dir poco.

Ma sembra che non interessi a nessuno, nemmeno alla Commissione Banche (presieduta da Carla Ruocco, Cinque Stelle) e al Copasir (presieduto da Raffaele Volpi, Lega), a cui il legale dei piccoli azionisti (chi scrive) ha presentato ampio e motivato ricorso, spiegando che l’episodio Seat non è isolato, tutt’altro, ma rientra nella guerra economica e finanziaria portata contro l’Italia. Senza contrasto.

In questo frangente, per assicurarsi la candidatura, tre parlamentari hanno lasciato Forza Italia per passare alla Lega, con qualche dichiarazione di troppo, secondo Berlusconi, che si sente tradito (a conferma della proprietà personale del partito) ed è passato al contrattacco con la pubblicità, in cui è molto ferrato.

Nelle prossime liste elettorali dovranno essere presenti tante signore Maria. Oltre a calciatori, guitti e specchietti per le allodole, acculturati, in politica, da Rai, Mediaset e La 7, che esauriscono, al proprio interno, canto e controcanto. Non è un bel momento per la democrazia italiana, a prescindere dai dpcm di Conte.

L’Italia non è mai stata liberale. Vorremmo che rimanesse ragionevolmente libera. Libertà e applicazione della Costituzione dovrebbe essere il mantra della politica, che, invece, si occupa molto, e sfacciatamente, di poltrone e potere, contando sulle apparizioni televisive, sui social e sulla ripetizione del messaggio, effettivamente la forma retorica per eccellenza. Come Berlusconi sa bene e ha insegnato a tanti altri.     

Conversazioni

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


*