Grillo, tu vuo’ fa’ o’ mandarino


Grillo non è noto per la moderazione del linguaggio, né per la particolare preparazione tecnica e intellettuale in re publica. Né, evidentemente, dopo l’ultima sua dichiarazione sul migliore funzionamento della dittatura rispetto alla democrazia, si può ritenere che il nostro sia dotato di un particolare equilibrio di giudizio.

E’ ben vero che non ha detto ancora quale dittatura sia, secondo lui, preferibile alla Costituzione repubblicana, e quindi se propenda per Hitler o Stalin o Pol Pot o uno dei dittatori in auge asiatici, africani o sudamericani.

Ma, in base all’argomento del migliore funzionamento dello stato totalitario (non meglio specificato), si può ritenere che Grillo abbia inteso riferirsi al Presidente cinese in carica, che, infatti, è nel cuore dei parlamentari Cinque Stelle, un tempo assertori della democrazia diretta e dell’ “uno vale uno”.

Con questa frase e con il ruzzolamento del giornalista di Rete 4 per le scale, oltre che con i suoi numerosi mascheramenti, le dichiarazioni ad effetto e i Vaffa eletti a sistemi, Grillo ha svelato l’ipocrisia della sua azione politica e lo scenario di un futuro prossimo venturo aberrante nelle sue ambizioni totalitarie, in cui le poste in gioco sono, da una parte, il bene pubblico e, dall’altra, il tornaconto privato.

Detto questo, la frase en passant di Grillo sull’inefficienza della democrazia irride i principi fondamentali della Costituzione repubblicana e riflette le invocazioni sue e dei suoi per la decrescita “felice”, ma non è estemporanea, casuale. Il guitto ha sempre lavorato per il re di Prussia, anzi di Pechino.

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