Giustizia giusta, non di classe

SIMBOLICA GIUSTIZIA AGENZIA BETTOLINI (Agenzia: DA RACHIVIO)  (NomeArchivio: PAV-G1ig.JPG)

Non avremmo mai creduto, fino a pochi anni fa, che noi liberali democratici, attenti alle tradizioni e alle ragioni del progresso, dovessimo, un giorno, senza l’aiuto di Valerio Zanone e di Giuliano Vassalli, sollecitare un dibattito sulla “giustizia di classe”.

Per la generazione precedente ai baby boomers, era assodato che la giustizia non fosse indipendente. Fin dall’Unità di Italia, attraverso il Fascismo, fino ai primi anni della Repubblica, la magistratura era attenta – diciamo così – alle esigenze della politica. Senza dover parlare necessariamente di Girolimoni, innocente condannato negli anni 20 per propaganda di regime, e del Tribunale della Razza, in cui operò a lungo l’eccellente giurista Gaetano Azzariti, che diventò, nel dopoguerra, presidente della Corte Costituzionale. Pochi sanno, tra l’altro, che Azzariti venne riammesso nel circuito giudiziario da Palmiro Togliatti, segretario del Pci, che, da ministro della Giustizia, ebbe bisogno di lui.

Ma, negli anni successivi, la magistratura dichiarò orgogliosamente la propria indipendenza (dalla politica, sostanziata nel potere dell’Esecutivo e del Legislativo) e divenne autoreferenziale. Ci sono state, in effetti, dal Congresso di Gardone (di cui parleremo in altra occasione) varie stagioni della magistratura. Ci sono stati i cosiddetti “pretori d’assalto”, ci sono stati Procuratori della Repubblica impegnati in alcuni settori e meno in altri. C’è stato il cosiddetto “porto delle nebbie”, criticato all’interno della stessa magistratura. Ci sono stati i contenziosi interni sui fondi neri dell’Iri (interessante, in proposito, il dialogo tra Colombo e Davigo nel libro sulla loro rispettiva opinione della giustizia). Insomma, la magistratura è stata molto variegata al suo interno, ma tendenzialmente monolitica verso l’esterno. Questa è la critica diffusa.

Ma che la giustizia potesse apertamente favorire Francesca (nome di fantasia per la giovane donna molestata a Roma, che ha protestato sul Corriere della Sera per l’indifferenza della gente che si trovava in strada mentre lei inseguiva l’incauto molestatore), arrestando il malcapitato reo, non colto in flagranza di reato, e per questo non arrestato prima della pubblicazione della lettera di Francesca, non ce lo saremmo aspettato. Un processo in diretta, sì, anche a scopo educativo, ma con una condanna proporzionata al reato e uniforme rispetto a precedenti condanne. L’anelito alla giustizia “giusta” è (quasi) tutto qui. Accertamento dei fatti in sereno contradditorio, uniformità di trattamento e sanzione rapida.

Non ce l’abbiamo con Francesca, per carità. Non sappiamo chi sia, anche se appare evidente che si tratta di una personalità. Una pagina sul Corriere della Sera, ripetuta nei giorni successivi, per un palpeggiamento (non intendiamo sminuire), che migliaia di donne subiscono, ogni giorno, nell’indifferenza generale – quella sì – sugli autobus e altrove, per non parlare di peggio, di molto peggio, non è trattamento uniforme, né mediatico, né giudiziario.

Il Corriere della Sera ci vuole smentire? Dedichi uno spazio quotidiano alle donne delle periferie, che si alzano la mattina alle 4, subiscono molestie non desiderate, ma tollerate per necessità, e tornano a casa la sera, magari in ambiente poco riconoscente e poco accogliente. Oppure Francesca vada da loro a spiegare come si ottiene l’attenzione del Corriere della Sera. Allora, rivedremmo il nostro timore che il Paese si stia avviando verso una nuova stagione di giustizia di classe (ingiusta, per definizione).

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