Giampaolo Pansa, testimone di libertà

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Giampaolo Pansa, giornalista e scrittore, è morto. Lo ricordiamo perché ha lasciato un’impronta nella stampa, alla stregua di altri grandi giornalisti, e nella letteratura sulla Resistenza, con il ciclo del “sangue dei vinti”, che gli ha fruttato l’abiura del suo mondo originario.

Lo ricordiamo, quindi, come spirito libero, che diceva e scriveva quello che pensava. Merce rara in ogni tempo. La stampa di sinistra, in cui è cresciuto giornalisticamente, invece lo ha tacciato di revisionismo, trattandolo di conseguenza. Male.

Pansa, però, non ha rivisto le sue opinioni e le sue opere, e ha continuato a dire la sua, trovando accoglienza in casa di Panorama, Libero e Verità, grazie anche al rapporto personale con Belpietro.

Da ultimo, Pansa è tornato al Corriere della Sera. Si è trattato di un commiato, dai suoi lettori e dalla vita. La collaborazione, annunciata dallo stesso Pansa come “ritorno in Solferino”, è durata poco: due mesi. Nel corso dei quali, però, con il suo stile libertario, rivendicato in ogni articolo, ha raccontato Scelba, ministro Dc del dopoguerra, e il Berlinguer controcorrente, che gli disse di preferire la Nato a Varsavia. Avendone motivo. Infatti, non a Varsavia, ma nella Bulgaria sovietica, una volta, Berlinguer ebbe un incidente d’auto molto sospetto.

Pansa lascia un vuoto nel giornalismo italiano, insieme alla testimonianza della scelta di libertà.

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