Freedom of information act, bocciato dal consiglio di Stato

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Fatta la festa gabbato lo santo, recita il vecchio adagio. Sembrava che il governo Renzi si volesse intestare la battaglia vittoriosa della trasparenza, aprendo la strada all’informazione effettiva su successi (pochi) ed insuccessi (molti) della macchina pubblica.

Quando è giunta, non del tutto inaspettata, la doccia fredda del consiglio di stato. A proposito, tra l’altro, di una materia che più di interesse pubblico non potrebbe essere. Il trattamento riservato dai boiardi di stato al patrimonio pubblico. Con specifico riguardo, nella circostanza, ad un certo numero di “contratti” – si fa per dire – di prodotti finanziari derivati stipulati tra Tesoro e banche internazionali.

Con quale esito si può immaginare, anche sulla scorta della resistenza alla divulgazione da parte del pubblico ufficio acquisti.

Un giornalista, nello svolgimento della sua attività di inchiesta e di informazione, si è rivolto al Tesoro per documentare gli articoli e il Tesoro nemmeno gli ha risposto. Come dire Non disturbate il manovratore, di fascista memoria. Di qui la contestazione dinanzi alla giustizia amministrativa e nei giorni scorsi la sentenza del consiglio di stato, che Luigi Ferrarella ha commentato sul Corriere della sera, riportando gli stralci più significativi.

Il giudice amministrativo si è trincerato dietro al criterio più restrittivo della legittimazione, per giustificare il comportamento del Tesoro. Come se si trattasse della lite tra due privati di nessun interesse pubblico, nel quale un terzo soggetto per deprecabile bramosia di pettegolezzo si volesse insinuare. Per chiedere informazioni su questioni di interesse pubblico, che concernono l’impiego o lo spreco dei soldi pubblici, bisogna “dimostrare un proprio e personale interesse (non di terzi, non della collettività indifferenziata) a conoscere gli atti e i documenti richiesti”. Non esiste infatti secondo la sentenza “un unico e globale diritto soggettivo di accesso agli atti e documenti in possesso dei pubblici poteri … ma un insieme di diversificati sistemi di garanzia per la trasparenza”. I sistemi di garanzia e gli eventuali esiti degli accertamenti non sono peraltro esplicitati, con buona pace del giornalista, dell’informazione e dei soldi sottratti ai cittadini e devoluti negli investimenti finanziari, di cui i cittadini non devono chiedere e sapere, perché – secondo il consiglio di stato – non hanno un proprio interesse.

Ferrarella ne fa una questione di informazione. La questione, in realtà, è più complessa. Riguarda il diritto costituzionale, il funzionamento delle istituzioni e della giurisdizione, i diritti, insomma, che più fondamentali non potrebbero essere, teoricamente protetti in Italia da istituzioni e giustizia e all’estero dalle Corti di Lussemburgo e Strasburgo. Il governo finora tace.

E, infatti, la commissione dei diritti umani presso la presidenza del consiglio dalla morte di Paolo Ungari non funziona.

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