Evoluzioni politiche: dalla Lega Nord alla Lega di Salvini

Lega far right party leader Matteo Salvini gestures during a press conference held at the Lega headquarter in Milan on March 5, 2018 ahead of the Italy's general election results
With his "Italians first" rallying cry and his tub-thumping against Islam and a "migrant invasion", Matteo Salvini has rebranded himself and his party, leading a far-right surge in Italy's election. The 44-year-old Salvini's League party was ahead of Silvio Berlusconi's Forza Italia (Go Italy) party within the main right-wing alliance which looked set to win the most votes on Sunday, according to early results. / AFP PHOTO / Piero CRUCIATTI

Nonostante “l’apoteosi” del M5s, che supera ampiamente il 30% dei consensi e si conferma il primo partito italiano, il risultato elettorale più significativo uscito fuori dalle urne il 4 marzo è quello ottenuto dalla Lega – non più solo Nord – di Matteo Salvini.

Con circa il 17% , infatti, c’è mancato poco che superasse il PD dell’altro Matteo nazionale, raccogliendo percentuali rilevanti (impensabile fino a poco tempo fa) anche in regioni considerate storicamente “ostili”  e attestandosi come forza principale nella coalizione di centrodestra.

Ma il successo leghista non è affatto una casualità. Anzi, è figlio di un percorso di politica ragionata, che inizia con la svolta imposta da Salvini, eletto segretario federale nel 2013,  e continua dando esecuzione alla sua felice intuizione di ampliare la proposta politica, rivolgendola ad un pubblico maggiore rispetto ai precedenti obiettivi territoriali.

Si, sembrano veramente lontani, adesso, gli anni del Senatùr Bossi che, durante le prime ospitate al Maurizio Costanzo Show, attirava la curiosità di un’Italia borghese e benestante (ma sempre piccola), ancora ignara degli imminenti eventi che avrebbero, da lì a breve, sancito la fine della prima Repubblica.

L’evoluzione della Lega trova la sua esatta sintesi con il  cambio del messaggio elettorale: da “prima il Nord” a “prima l’Italia”, perché gli avversari non sono più i terùn (absit iniuria verbis), ma i rappresentanti del nuovo ordine mondiale alla Soros, che gravitano nell’orbita della burocrazia europea. Motivo per cui, oggi, le camicie verdi attirano più attenzione che curiosità, in un Italia diversa rispetto a trent’anni fa, un pò meno imborghesita e certamente meno benestante.

Si tratta, però, della stessa Italia che nel 2013 aveva confinato il progetto leghista al 4%, soprattutto a causa dello scandalo legato alla vicenda dei rimborsi elettorali, che ha tradito i sostenitori padani, trafiggendoli al cuore, fino ad allora convinti della diversità, morale e culturale, proclamata dall’origine del movimento. Una volta si sarebbe detto “a fare a gara a chi è più puro, arriva sempre uno più puro, che alla fine ti epura”; e così, infatti, è successo a beneficio dei grillini. Beninteso che dobbiamo già attenderci la venuta del prossimo puro.

In questo contesto, si è affermata la figura di Matteo Salvini, che è riuscito a rianimare il sentimento di lotta (ma con un occhio sempre al governo) della Lega. Ha riorganizzato il partito, ha ripreso la base e, con una massiccia campagna di comunicazione, è ripartito dalla sua  Milano, passando da Bruxelles, fino ad arrivare a Roma dove, con ogni probabilità, nei prossimi giorni sarà ricevuto dal Presidente Mattarella.

Di recente abbiamo scritto perché i partiti hanno fallito (http://www.nuovomille.it/politica/crollo-dei-partiti-gli-italiani-puniscono-distacco-territorio) e cosa si aspettano i cittadini nel rapporto con la politica. Salvini è riuscito proprio in questo, con sedi operative sul territorio, approdando nelle regioni meridionali e parlando all’Italia tutta. Ecco come nasce il 17% del 4 marzo: facendo politica. Ed è ciò che anche gli altri partiti dovrebbero fare per vincere le elezioni.

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