Draghi si candida al Colle


Draghi ha rotto gli indugi e ha formalizzato la sua candidatura al Quirinale. Con i suoi modi. Con garbo, alludendo ad una presidenza autorevole temperata dalla saggezza. Mettendo la sua esperienza al servizio del paese, più di quanto abbia potuto fare da presidente del consiglio, e per un tempo più lungo. Non poteva fare diversamente. Era ora.

Molti si interrogavano e pochi (soprattutto gli interessati) sapevano che Tabacci, novello esploratore, scandagliava da tempo il parlamento. I benpensanti dicono per saggiarne gli umori. I malpensanti (quei pochi) dicono per acquisirne il voto. Con lusinghe e promesse, a la democrate – chrétien. 

Del resto, 300 o 400 voti si prestano volentieri, a Draghi o al ritenuto vincitore della contesa, per dire di essere stati gli aghi della bilancia e acquisire meriti. Se non la presidenza di un ente, almeno un posticino a reddito fisso.

Salvo i big, in questa tornata rischiano tutti. Per la riduzione del numero dei parlamentari, per la rimodulazione degli schieramenti. Non partecipiamo al toto nomine.

Ma siamo convinti che Draghi abbia molte frecce al suo arco, malgrado l’opposizione velata e meno velata di una parte dei big, che giocherebbero diversamente questa carta. Per acquisire meriti, a loro volta, presso i grandi sponsor nazionali, che potrebbero essere esautorati dalla presidenza Draghi.

I riferimenti esteri che più contano, dopo la sostituzione di Conte, sono Stati Uniti e Unione Europea, meglio, parte degli uni e dell’altra. Non esistono monoliti. Rispetto ai quali Draghi non è messo male. Ma il mondo, ormai, è mutevole. Lo scenario di domani potrebbe essere molto diverso. Addirittura opposto.

Per dire, la sovranità degli stati (peccato capitale, fino a tempi recentissimi, nel mondo globale) si sta riaffermando. Per contemperare l’imperialismo cinese e i riflussi mediterranei. Ma una presidenza, questo è il punto, non si può capitalizzare.

Gli stessi segretari sanno che la disciplina di partito, con il voto segreto, non esiste. E, più di tanto, non si possono impegnare, perché l’insuccesso della candidatura sostenuta sarebbe ascritta a loro sconfitta personale e segnerebbe la loro fine politica.

Anche nel Pd e nel centrodestra, con modalità differenziate, i voti sono in libera uscita. Nel M5S non ne parliamo. Gli altri affollano il parterre e urlano: siamo qui! Siamo determinanti! Ma chi li mette d’accordo e per quanto tempo?

Perfino Renzi, che è il principe dell’intrigo di palazzo, sa bene di rischiare la sua fama. E finge di dare le carte, mentre, in modo meno appariscente, muove le sue pedine. I messaggi, però, devono arrivare. Se no, non servono. E possono arrivare tardi o essere fraintesi.

Insomma la partita per il Colle è molto complicata e, al momento, non si può prevederne l’esito. Si è già presentata, in passato, una situazione analoga che si è risolta con un trauma. Che, speriamo, non si ripeta.        

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