Draghi, principe nella nebbia


Cerchiamo di capire qualcosa di più degli eventi politici in corso decifrando le ragioni dell’investitura di Draghi.

Si è tanto detto e scritto sulle competenze, a tutti note, e sulla stima che Draghi riscuote all’estero per il suo percorso professionale, che non è stato esente da confronti e scontri, come si conviene agli ambiti altamente competitivi da cui proviene, e da alleanze personali e ambientali.

La Banca d’Italia, ambito professionale di riferimento di Draghi, per cultura e percorso di formazione, da Ciampi in poi si è progressivamente affrancata dalla gerarchia di comando e di valori degli anni a guida Carli, e non solo. In favore di un’autonomia che non si riflette nei principi della Costituzione e negli interessi nazionali, che richiedono l’esercizio di una vigilanza dichiaratamente affidata alla Bce, ma, in effetti, molto trascurata.

Come dimostrano, fin troppo plasticamente, i miliardi sottratti al risparmio e avviati al percorso ambiguo dei crediti in sofferenza, a causa di avvenimenti che non sono stati evitati malgrado la regolamentazione introdotta nel settore con la legge che porta il nome di Draghi.

Gli attori della finanza italiana non hanno risposto come avrebbero dovuto, Consob in primis, e altri soggetti, spesso innominati, come sono molti fondi, ne hanno approfittato, indebolendo la struttura bancaria e finanziaria dell’Italia in favore di soggetti privati. E’ stata una lesione degli interessi nazionali e una ferita alle prospettive del paese, oltre che dei ceti meno abbienti.

Draghi proviene da questo ambiente, lo conosce bene, si è formato alla scuola di Caffè, che negli ultimi 10 anni della sua vita, prima di scomparire nel nulla, ha criticato severamente la politica economica e finanziaria, a cui tutte le autorità di settore hanno concorso.

Ora, Draghi è chiamato a provocare un’inversione di rotta all’ambito nazionale, intervenendo anche tramite le sue relazioni estere, istituzionali, associative e personali. Ce la può fare, come principe investito da chi, il presidente Mattarella, dopo presumibili approfondite riflessioni (e informazioni), ha ritenuto che fosse una chiamata necessaria al paese. Con il compito dichiarato di impostare la rinascita dell’economia e, diciamo noi, della comunità nazionale.

L’intervento di Draghi è, quindi, osteggiato en principe, per le ragioni della sua nomina, negli ambiti nazionali e internazionali meno nobili, o più spregiudicati. E non è esente dal rischio dell’insuccesso. Anche se il gradiente di successo o insuccesso è materia di non immediata comprensione.

Non saremo noi a dare consigli al principe, che sceglie i consiglieri in base a criteri conformi alla sua azione. Ma vediamo bene che le scelte della globalizzazione e della finanziarizzazione, fatte in America in epoca Clinton, mentre Draghi era direttore generale del Tesoro, non hanno giovato agli Stati Uniti, né all’Europa, a causa dell’inatteso balzo in avanti della Cina e delle sconfitte militari subite in Asia e in Africa dagli Stati Uniti e dagli alleati del momento.

Nel frattempo, le situazioni si sono confuse e sclerotizzate e, tuttavia, richiedono interventi con l’accetta, non solo con il bisturi. Il principe, per definizione, sa come comportarsi. Ma prima deve dissipare la nebbia e contare le forze. Che per Draghi sono forse gli impegni più complicati.    

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