Una diversa opinione legale sul caso Diciotti

diciotti

Il Corriere della Sera ha pubblicato, con ampia visibilità, un articolo sul caso Diciotti, a firma di Valerio Onida, professore di diritto ed ex giudice della Corte Costituzionale, che propone una tesi interessante, ma discutibile, e, secondo noi, disinformativa, in mancanza dell’offerta al pubblico di un’opinione diversa, altrettanto argomentata.

L’articolo del Corriere dichiara, infatti, espressamente il proposito di informare il pubblico, offrendo, nel titolo, “I criteri per valutare la condotta del ministro”. E’, pertanto, dovere del Direttore del Corriere offrire un’informazione esauriente, che consenta ai lettori, nel primo caso italiano di indagini svolte dall’autorità giudiziaria su un ministro per un atto del suo ufficio, di farsi la propria opinione informata. Per questo, chiediamo al Direttore, Luciano Fontana, di pubblicare con visibilità questo nostro articolo sul caso Diciotti, diventato, ormai, caso Salvini.

Onida avverte subito i lettori che il Senato, accingendosi a votare sulla richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti di Salvini, dovrà considerare fattori di ordine giuridico-costituzionale, oltre che politico, e procede all’esame dell’articolo 96 della Costituzione, che dispone: “Il Presidente del Consiglio dei Ministri e i Ministri, anche se cessati dalla carica, sono sottoposti, per i reati commessi nell’esercizio delle loro funzioni, alla giurisdizione ordinaria, previa autorizzazione del Senato della Repubblica o della Camera dei Deputati”.

 L’articolo, così modificato dalla legge costituzionale n. 1 del 1989, propone un problema interpretativo, mai prima affrontato, rispetto all’espressione “nell’esercizio delle loro funzioni”, che si presta a due soluzioni: una cronologica, “nel corso” delle funzioni, l’altra logica, “in ragione” delle funzioni. Finora, a quanto risulta dai pochi precedenti, l’accezione attribuita è stata esclusivamente temporale: “nel corso” delle funzioni. D’altra parte, le autorizzazioni, precedenti e successive all’attuale testo normativo, e le condanne comminate hanno sempre riguardato casi di corruzione, dalla prima condanna del “caso Lockheed” (fine anni 70) al “caso carceri d’oro” (anni 90), per ricordare i più noti.

Il “caso Diciotti” è tutt’altro, viene rivendicato dal ministro Salvini e da altri esponenti di Governo come atto politico, da essi dovuto “in ragione delle funzioni”, in virtù del mandato elettorale, sottratto, in quanto tale, alla giurisdizione del giudice ordinario, in base al principio della separazione dei poteri e all’articolazione delle disposizioni di rango costituzionale.

Onida, nella sua analisi del fatto, non offre ai lettori questa premessa informativa, utile ad una migliore comprensione della vicenda, e, pur non dichiarando espressamente che il fatto costituisce reato di sequestro (previsto e sanzionato, in quanto tale, dall’articolo 605 del codice penale), argomenta “come se” i parlamentari, chiamati a votare sull’autorizzazione a procedere, debbano scegliere tra l’esimente (“causa di giustificazione, analoga allo stato di necessità o all’esercizio di un diritto o all’adempimento di un dovere”, dice Onida) del fatto e il decorso naturale della giustizia: accertamento dei fatti in tribunale, con esito di assoluzione o condanna, comunque da parte della giurisdizione ordinaria. E cita, a sostegno della sua argomentazione, la normativa sulle cause di giustificazione dei reati eventualmente commessi dal personale dei Servizi Segreti, nell’adempimento delle loro funzioni (che, pur sempre, reati sono), e un breve saggio di Luca Masera, professore di diritto penale, pubblicato da “Questione Giustizia”, in dichiarata sintonia con il provvedimento del Tribunale dei Ministri, che conclude per la richiesta di autorizzazione a procedere a carico di Salvini, in ordine al reato di sequestro di persona.

Sia da Onida, che da Masera, viene, quindi, ritenuta convincente la digressione del Tribunale sulle convenzioni internazionali e sui diritti fondamentali della persona, che consentirebbero di attrarre il fatto contestato nella giurisdizione ordinaria, in virtù di una pretesa distinzione, secondo noi ardita, tra “atto politico” e “ragioni politiche dell’atto” contestato. Il Tribunale si manifesta consapevole, infatti, della possibile invasione di campo nell’altrui potere, e precisa, nell’analisi, che non intende censurare “l’atto politico” dell’Esecutivo, bensì “le ragioni politiche che hanno condizionato il corretto iter amministrativo”. Non spiega, però, il Tribunale, come un atto di qualsiasi natura possa essere disgiunto dalle ragioni e, aggiungiamo noi, dalle finalità.

Per rimanere nel campo del diritto, un atto giudiziario è fatto di forma e di sostanza, di ragioni e di finalità, di argomentazioni e di contestazioni, e così via. Nessun avvocato e nessun giudice, in Tribunale, distinguono tra l’atto e gli ingredienti necessari dell’atto, pena una meritata accusa di speciosità. Non viene, invece, descritto da Onida, da Masera e dallo stesso Tribunale, quale sia il preminente interesse pubblico, che contraddistingue l’atto politico, sottraendolo alla giurisdizione ordinaria e, in effetti, allo stesso iter autorizzativo avviato dal Tribunale (secondo noi, inammissibile). Ci proviamo noi.

La politica è scienza di scelta tra valori, che si concretizzano nella realtà giuridica e nella prassi mediante leggi e regolamenti e provvedimenti esecutivi, destinati a influenzare (presumibilmente in meglio) la vita dei cittadini. I principi fondamentali della Costituzione proteggono i cittadini italiani, nell’ambito dell’Ordinamento positivo nazionale, in concreto, il sistema delle leggi. Le convenzioni internazionali estendono i diritti e i doveri (negoziati) agli Stati contraenti, e talune di esse, informate al rispetto dei diritti umani, dispiegano il loro effetto, oltre le adesioni formali.

A fini di attuazione concreta di leggi e convenzioni, è dovere del Governo, nell’ambito delle sue funzioni, di soddisfare le necessità dei cittadini, perché vivano bene e convivano pacificamente. Nessuna legge nazionale e nessuna convenzione internazionale dispongono che i cittadini stranieri (i migranti) siano privilegiati, rispetto ai cittadini italiani. Se così disponessero, sarebbero evidentemente invalide. La Corte Costituzionale e la Corte di Cassazione, intervenute periodicamente sul tema, hanno stabilito che i migranti accolti (e, qui, il criterio dell’accoglienza giuridica comporta l’espletamento dell’iter autorizzativo di ingresso nel territorio dello Stato, a tutela della sicurezza, della sanità, ecc.) non debbano essere sperequati rispetto ai cittadini italiani. Non hanno stabilito che i migranti debbano essere privilegiati, pena la evidente invalidità delle decisioni.

Negli ultimi anni, per concause di ordine interno ed esterno, è successo, tuttavia, che i cittadini stranieri siano stati privilegiati, ad esempio nella spesa di sostentamento individuale, che supera, in base ai dati noti, perfino la prospettiva del reddito di cittadinanza (ciascuno di essi, in concreto, costa all’Erario più di quanto sarà corrisposto agli aventi diritto del reddito di cittadinanza), e questo è trapelato, creando il malessere sociale diffuso e la domanda di intervento della politica nel fenomeno, tra l’altro in prevenzione di disordini e della cessazione dello stato di pacifica convivenza sociale, già compromessa dai noti fattori economici. Come, infatti, sta avvenendo, senza parlare dei fenomeni criminali inquietanti, che hanno origine nel mancato o difettoso controllo all’ingresso e nel territorio.

Questo è, sinteticamente, il compito assegnato dai cittadini, in veste di elettori, al Parlamento, nel cui ambito si è formato il Governo. Questo è il leitmotiv dell’impegno politico del Governo e di Salvini, rispetto al fenomeno migratorio, richiesto, con il voto, dai cittadini, che ne pretendono l’esecuzione nel loro interesse. Queste, pur sintetiche, considerazioni sull’analisi del Tribunale dei Ministri e degli illustri studiosi, denunciano l’incompletezza delle ragioni, in premessa, del provvedimento giudiziario, sottoposto, a breve, all’esame del Senato.

Aggiungiamo, soltanto, a sostegno del nostro argomento, che le convenzioni internazionali, citate nell’ampia digressione del provvedimento, disciplinano una materia molto vasta e ulteriormente sottratta alla giurisdizione ordinaria italiana. L’ormeggio di 5 giorni della nave Diciotti, all’origine del ritenuto fatto di reato, costituisce soltanto il momento terminale della vicenda, necessitata da eventi, che dovrebbero provocare, piuttosto, la rimessione degli atti alla Corte Penale Internazionale, per i crimini commessi da ignoti a carico di migliaia di migranti, morti in mare.

E ricordiamo, inoltre, che fatti, eventualmente criminosi, commessi da Ministri, pur privi, apparentemente, di ragioni giustificative di ordine interno, non sono stati perseguiti. Ci riferiamo agli inspiegabili bombardamenti di Belgrado del 1999 e della Libia del 2011, che hanno presumibilmente provocato numerose morti, in conflitto assoluto con l’articolo 11 della Costituzione. Così come ci riferiamo, in materia economica, alle privatizzazioni, mediante dismissioni in perdita, a carico del patrimonio nazionale, di attività di impresa, tuttora controverse, a distanza di anni, per diverse ragioni. Non risulta che, in quei casi e in altri analoghi, siano state assunte iniziative giudiziarie nei confronti dei Ministri responsabili, in considerazione – riteniamo – del giudizio preventivo, da parte del Tribunale dei Ministri, di non ingerenza in altro potere dello Stato, che nel “caso Diciotti” a noi, invece, appare mancato.

I parlamentari impegnati nel voto dovranno approfondire il preteso fatto di reato sottoposto al loro giudizio, ben oltre le brevi considerazioni svolte da chi scrive, essendo consapevoli tutori dei principi di diritto su cui si fonda la democrazia occidentale, primo tra tutti la separazione tra poteri dello Stato.            

 

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