Disinformazione interessata sul liberalismo

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Il dibattito sul liberalismo e sulla democrazia liberale è tornato di moda. L’attuazione molto meno. Ne ha parlato Carlo Calenda, proponendosi come alternativa alla monocultura illiberale del Pd. Ne ha parlato Mara Carfagna, novella coordinatrice, con Toti, di Forza Italia, in antitesi al governo da lei definito degli “incompetenti”, con chiaro riferimento ai Cinque Stelle.

Ne continua a parlare Berlusconi, con assoluta inattendibilità, viste le prove che ha offerto agli elettori, traditi nel 1994 e nel 2001. Ne ha parlato (dichiarandosi onestamente contrario alle libertà) Putin, intervistato dal Financial Times. Ne ha scritto, nel commento a cappa e spada sul nostro articolo critico dell’Approdo, ultima fatica di Gad Lerner, Sofia Ventura, dichiarandosi liberale. Non ne parlano, almeno al momento, Conte, Salvini e Di Maio, in altre faccende affaccendati.

Noi ne abbiamo parlato e scritto in passato, poi ci siamo fatti l’idea che il liberalismo è un universo poco conosciuto e poco apprezzato, dai politici, che tendono a interpretarlo secondo le convenienze del momento, dai cittadini destinatari delle scelte clientelari (del passato e del presente, sempre meno consistenti, perché la torta è sempre più piccola), dalle grandi firme della stampa, che si pongono al di sopra delle miserie umane. Leggere, per credere, Galli Della Loggia, Panebianco, De Bortoli.

Eppure la libertà dell’iniziativa economica, declinata in tutti i suoi aspetti, ignoti anche a qualche autorità di settore (come abbiamo dimostrato), potrebbe (e dovrebbe) essere praticata in Italia con successo e risultato di benessere diffuso. A condizione che siano eliminate le distorsioni di sistema, in una prospettiva veramente liberale.

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