Democrazia apparente, funzione della stampa

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In Italia di democrazia si parla. Anche troppo. Ma quanto si pratica? Poco. I cittadini se ne accorgono tutti i giorni, quando vanno negli uffici pubblici, quando si rivolgono ai tribunali per avere giustizia, quando reclamano inutilmente contro i potenti di turno. Il sistema non funziona, se il torto c’è e non viene rimediato.

Prendiamo l’esempio delle rapine di risparmio. Si tratta di centinaia e centinaia di miliardi, di una parte significativa della ricchezza nazionale, sottratta ai legittimi titolari o direttamente dalle banche che vanno in default o dalle imprese finanziate che non restituiscono i soldi.

La Vigilanza declina la propria responsabilità. Sull’attività della Vigilanza non c’è controllo, in nome dell’autonomia della Banca Centrale, e i risparmiatori sono privi di tutela. Non c’è Costituzione che tenga, con i suoi articoli che garantiscono il risparmio e il diritto di difesa. Stiamo tornando alle grida manzoniane. Esistono, ma vengono applicate poco e male.

Gli avvocati, in mezzo, fanno quello che possono (non tutti). Ma contro il potere c’è poco da fare, se il potere si coalizza e non dà voce, né azione. La disobbedienza civile non ha tradizione in Italia, diversamente dalla Francia e dagli Stati Uniti, dove una stampa forte, orgogliosa, indipendente quel tanto che basta, assiste i diritti dei ceti deboli e pretende giustizia.

La stampa è il cane da guardia della democrazia. Negli Stati Uniti funziona, abbastanza bene. In Italia siamo rimasti al tribunale del popolo enunciato da Paolo Mieli negli anni lontani della sua direzione del Corriere della Sera.

Per uscire dal guado, non ci sono formule salvifiche. Deve funzionare la legge. I cittadini devono avere risposte scritte, motivate, tempestive, quando si rivolgono all’autorità. E, se le risposte tardano o mancano, la stampa deve farsi sentire, non per ideologia o scelta di parte, ma per fare funzionare la democrazia. Nell’interesse di tutti i cittadini e del Paese.

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