Dario Di Vico e Lilli Gruber sbagliano sulla parità di genere

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Gli uomini che accettano inviti a convegni, a cui non sono state invitate donne, dovrebbero declinare ed evitare di partecipare: così suggerisce Dario Di Vico, editorialista del Corriere della Sera, dalle pagine del settimanale 7.

Il consiglio è à la page, riflette gli umori della conduttrice di punta del gruppo editoriale, Lilli Gruber, che rimprovera agli uomini un eccesso di testosterone (con un libro di successo), e delle numerose associazioni di donne impegnate nelle varie carriere. Non poche. Per dirne una, la magistratura impiega donne al 50 per cento circa. Le donne in carriera nella politica, nell’economia e nella scienza sono numerose e visibili.

Quindi, il consiglio di Di Vico, a nostro modesto parere, è squilibrato (e poco garbato) in senso contrario. Anzi, per la precisione, riteniamo che le battaglie di genere, che prescindono dalle caratteristiche delle persone, siano sempre sbagliate.

Era vera la limitazione di genere fino agli anni 50 e 60, ma da allora in poi, dopo il women’s liberation movement e – diciamo la verità –  gli eccessi che ne sono seguiti (chi, dei meno giovani, non ricorda il gesto delle mani unite sbandierato da femministe invasate nelle piazze del mondo libero!), l’affermazione delle donne è stata progressiva ed è ormai consolidata nella società italiana, come, in genere, nelle altre società dei Paesi occidentali. Appare, invece, confinata ai minimi termini nei Paesi medio – orientali, in Africa e nell’America del Sud, con alcune eccezioni, non sempre lodevoli.

In conclusione, usciamo dagli stereotipi, e lasciamo che uomini e donne, in Italia, vadano ai convegni a cui sono invitati/e in base a quanto sono in grado di dire al pubblico, e non in base al testosterone o ad altre caratteristiche biologiche. Parità di genere significa questo. Non quello che dicono Dario Di Vico e Lilli Gruber.

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