Conte resta in politica


Giuseppe Conte non se ne andrà alla scadenza del mandato. Continuerà a fare politica. O, almeno, questo è il suo obiettivo, dopo tante, vibrate, dichiarazioni contrarie. E non per fare il semplice parlamentare, dopo essere stato Presidente del Consiglio.

Non c’è da essere sorpresi, è la natura dell’uomo, di Conte e di ogni altro uomo. La nomina è stata un evidente errore di Salvini e Di Maio e di quanti hanno partecipato alla scelta della persona nel giugno 2018.

D’altra parte, proiettato nell’olimpo della politica, l’homo novus si è trovato a suo agio nel Palazzo, e possiamo immaginare che si sia detto: sono istruito, sono scaltro, se i miei concorrenti sono spregiudicati posso non essere da meno, perché loro sì e io no?

Altro che Cincinnato, ha ragione lui. Cincinnato si era ritirato nell’orticello dopo avere servito bene la repubblica, avendo rinunciato a coltivare il proprio potere personale, perché il potere era di Roma, della sua civiltà, del popolo romano, non dei maggiorenti. La Roma e l’Italia di oggi sono ben diverse.

In quale partito o area della politica Conte si vede collocato? Non lo ha dichiarato e qualsiasi dichiarazione sarà adeguata alla circostanza e alle alleanze del momento, in perfetto stile trasformistico.

Conte ha avuto la capacità di caratterizzare con la sua persona gli opposti schieramenti in cui si è finora collocato, accreditando così il sospetto di inconsistenza dell’uno e dell’altro, malgrado la diffusione e la credibilità dell’attuale Lega a guida Salvini, e la residua articolazione del Pd, a guida di nessuno, sostenuto poco dal voto popolare e molto dall’intellighenzia nazionale. In cui Conte si è adagiato con sapienza.

Poco conta che l’intellighenzia sia malvista dal popolo, perché tende a fare soprattutto gli affari dei propri componenti, occupando le istituzioni e distruggendo le tradizioni e le prassi più virtuose. Conta molto di più il controllo dei gangli del potere. A cui Conte si è affezionato, per sé stesso e l’ambiente di riferimento.

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