Confisca alla Lega, il no di Salvini

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La Cassazione ha ordinato la confisca di 49 milioni a carico della Lega, dovunque si trovino, e Salvini, sentendosi impelagato in proprio come segretario (anche se non ha alcuna responsabilità personale delle malefatte precedenti alla sua segreteria), ha urlato alla “sentenza politica” e ha chiesto l’intervento di Mattarella, che è il Presidente del CSM.

Con ciò ha creato un caso politico e giudiziario. Politico, perché le risorse finanziarie sono linfa vitale per la sussistenza di ogni partito, la cui responsabilità di gestione viene riferita soprattutto al segretario in carica. Giudiziario, perché l’appello a Mattarella sembrerebbe minare alle basi l’autonomia della magistratura. Non ricordiamo precedenti che consentano chiavi di lettura della vicenda. La premessa del rischio di confisca a carico della Lega attuale, non più Nord, risiede nella continuità di gestione del partito e della cassa. Ci spieghiamo.

Se Salvini avesse costituito un nuovo partito, acquisendo le attività della precedente gestione, non sarebbe minacciato dalla prospettiva della confisca, a tutti gli effetti un debito precedente. Anche se, bisogna precisare, un partito è, ancora oggi, una semplice associazione di diritto privato, che  risponde ai creditori diversamente da una società commerciale.

Quindi, il caso si pone, sia sotto il profilo soggettivo (se la “nuova” Lega debba rispondere, o meno, del debito ravvisato dalla Cassazione), sia sotto il profilo oggettivo (se il provvedimento contenga in sé tutti gli elementi idonei a consentirne l’esecuzione a carico della Lega “di Salvini”). Non abbiamo letto il provvedimento e non ci permettiamo di commentarlo. Qualcuno comincia ad  introdurre nel dibattito la presunzione di abnormità della decisione. Possiamo solo dire che un provvedimento può essere abnorme rispetto alla valutazione intrinseca del fatto giudicato o rispetto alla (dis)applicazione della legge o rispetto ad entrambe le evenienze. Torneremo a parlarne, con più elementi alla mano.

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