Ci vuole una nuova Europa

ue

Austerità e flessibilità sono parole, sconosciute al lessico della politica fino a non molti anni fa, che esprimono orientamenti e conflitti, dell’Italia con l’Unione Europea, sempre più duri e attuali. Per nulla scontati. E, per questo, al centro del dibattito politico ed economico. Non c’è una data esatta, in cui tutto questo è cominciato. O, meglio, ce ne sono diverse. Quella del Trattato di Maastricht è una. Quella del varo dell’euro è un’altra. Un’altra ancora è l’inizio della crisi, ancora tutta da capire, che ha devastato le economie occidentali. L’una a distanza di circa 7, 8 anni dall’altra. Ritmate da altre parole, sempre più familiari. Sovranità, è una tra tutte. Una parola importante. Di rilievo costituzionale. Di solito, nel lessico della stampa, accompagnata alla parola cessione. Cessione di sovranità, dall’Italia all’Unione Europea. Una cessione, graduale, ma progressiva. Attraverso trattati, che, per definizione, sono accordi, stipulati a seguito di negoziati, secondo procedure non necessariamente prestabilite, ma, più spesso, negli ultimi 10 anni, attraverso pretese, discutibili sotto il profilo della legittimità costituzionale nazionale, dell’Unione nei confronti dell’Italia. Fatte valere, tuttavia, nelle sedi deputate. Di solito la Commissione, il governo dell’Unione. L’organo più incisivo. Rispetto al quale il Parlamento europeo segna il passo.

Un organo, la Commissione, in cui i ruoli sembrano attribuiti in conformità alle caratteristiche di fedeltà delle persone. A chi e a che cosa, è materia vivente. Visto che la prassi diventa legge. I trattati esprimono principi, concetti, declinati, nella operatività quotidiana, dalla prassi, affidata, in teoria, a migliaia di burocrati, ma, in concreto, a poche persone, capaci di governare la burocrazia e i principi dei trattati, tramite l’azione e l’interpretazione. Che influenza le leggi fondamentali degli Stati. E, quindi, ad esempio, il pareggio di bilancio, nella Costituzione italiana. Che, in teoria, è un principio sano. Lo sosteneva anche Quintino Sella nell’800, nella prima fase dell’Unità di Italia. Con effetti sani, di efficienza finanziaria delle risorse statali. Quando lo Stato poteva scegliere e decidere quale era il suo Bene e quali erano, quindi, le priorità della politica. Nel confronto dialettico con gli altri Paesi, certamente. Anche nell’800. Con il movimento delle merci e dei soldi, e con le guerre. Ma con scelta efficiente in casa propria. In Italia. Ora, questo potere sfugge alla politica italiana, imbrigliata nella rete dei rapporti europei. Alle porte della creazione di entità, come il ventilato esercito europeo, destinate, in base all’esperienza di questi anni, a sfuggire al controllo, sia pure proporzionale, italiano. L’Europa è stata il sogno dei precursori, politici nobili e capaci. Ora è preda di burocrati che rispondono al gruppo di appartenenza. L’Europa così è destinata a finire. Perché sopravviva, deve cambiare. E l’Italia deve fare la sua parte. Con persone più presenti e più capaci.

Conversazioni

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


*