CASO REGENI. LA LETTERA DEI GENITORI, A DUE ANNI DALLA SCOMPARSA.


Sono passati più di due anni dalla morte di Giulio Regeni, il ricercatore di 28 anni scomparso al Cairo il 25 gennaio 2016, e ritrovato pochi giorni dopo, senza vita e con evidenti segni di tortura, in un fosso ai bordi dell’autostrada Cairo-Alessandria (nei pressi, secondo le dichiarazioni dell’avvocato attivista per i diritti umani Malek Adly, di una prigione dei servizi segreti egiziani). Da quel famoso 3 febbraio la verità ancora non è venuta alla luce. E più tempo passa, più questa verità diventa nebulosa, le luci della ribalta mediatica si fanno meno intense, e la politica dà sempre meno risposte.

Ma chi non ha perso le speranze – almeno di conoscere come sono andate le cose – sono Paola e Claudio Regeni, i genitori di Giulio. Con determinazione e coraggio, fin dall’inizio hanno scelto di non chiudersi nel loro dolore, e nell’egoismo che spesso ne deriva. Hanno indagato, dialogato con le autorità, e deciso di portare avanti la campagna Verità per Giulio Regeni, con l’aiuto di Amnesty International, “per non permettere che l’omicidio finisse per essere dimenticato”.

I genitori e la sorella di Giulio Regeni (foto Ansa)
I genitori e la sorella di Giulio Regeni (foto Ansa)

E proprio pochi giorni fa sono tornati a farsi sentire, dopo sei mesi dalla decisione del Governo italiano – dell’allora presidente degli Esteri, Angelino Alfano – di rinviare l’ambasciatore italiano al Cairo, dopo che era stato richiamato a Roma, a seguito della scarsa collaborazione delle autorità egiziane. Lo hanno fatto scrivendo una lettera, la forma più pacifica di far sentire la propria voce, per chiedere alle autorità italiane di agire.

«Sono passati, da quel 14 agosto, altri sei mesi. Le atrocità commesse dal governo egiziano, a dispetto della volontà di alcuni, non sono state dimenticate […] Se, come ci era stato garantito dal nostro Governo, l’invio dell’ambasciatore, doveva consentire il raggiungimento della verità processuale su “tutto il male del mondo” inferto su nostro figlio, il fine evidentemente non è stato raggiunto e la missione in questo senso è fallita.»

La lettera riporta all’attenzione anche la questione dei video delle telecamere che dalla metro a casa avrebbero potuto riprendere l tragitto di Giulio, ma che ancora non sono stati consegnati, né si sa a chi sia stato affidato il compito di reperirli:

«Ora serve senza ulteriori indugi, un incontro tra le due procure finalizzato all’immediata consegna dei video della metropolitana e alla concertazione di una strategia investigativa comune sulle nove persone già identificate come responsabili dai nostri investigatori e magistrati. Solo così la presenza dell’ambasciatore Cantini al Cairo non avrà il sapore di una resa ma acquisterà la dignità di una pretesa e, possibilmente, di una conquista di giustizia».

Stanno facendo tutto il possibile per non arrendersi. Ma ora, il passo successivo spetta allo Stato. È questo che stanno gridando. Dimostrando, ancora una volta, la propria fiducia in un’autorità che ha il dovere di tutelare i propri cittadini, e dove non riesce, almeno di render loro giustizia. Speriamo non li deluda ancora una volta. E che sappia contrapporsi, da Stato democratico e di diritto quale è, ad un Paese, come l’Egitto, in cui la verità è spesso celata. E chi prova a raccontarla è costretto a tenere la bocca chiusa. Almeno se non vuole fare la fine di Giulio.

 

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