Il caso Link Campus

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L’Università degli Studi Link Campus University è balzata agli onori della cronaca per le dichiarazioni di George Papadopoulos, consulente politico americano, alla Verità, su un presunto ruolo di personaggi italiani della politica e dei servizi segreti nel conflitto tra Repubblicani e Democratici americani, con effetti riflessi nell’elezione a sorpresa di Trump.

Si vedrà se si tratta di una tempesta in un bicchier d’acqua, destinata a placarsi con rinnovati compromessi politici, oppure no. Di certo, Renzi, chiamato direttamente in causa da Papadopoulos, non se la terrà e ha già annunciato iniziative giudiziarie a largo spettro.

La materia, però, non è soltanto giudiziaria. Sconfina, quanto meno, nella politica e nell’attività di intelligence, ambedue sottratte, in una certa misura, al sindacato dei giudici.

Quindi, le polemiche sembrano destinate a lievitare, coinvolgendo, nel bene e nel male, le attività dell’Università, presieduta da Vincenzo Scotti, democristiano di lungo corso, più volte ministro, prima del cambio. Nel bene, perché comunque è pubblicità. Nel male, perché l’eventuale coinvolgimento diretto di rappresentanti dell’istituto nelle attività meno felici è pubblicità negativa.

Tanto più che l’Università è nota, oltre che per i corsi più ortodossi delle facoltà umanistiche e tecniche, per l’insegnamento delle attività di intelligence, di cui è vantata la competenza esclusiva per la formazione dei quadri dei servizi.

Noi riteniamo che l’attività di intelligence debba essere svolta dai servizi italiani anche in prevenzione delle invasioni barbariche nell’economia italiana, che, senza colpo ferire, hanno provocato danni miliardari, quanto meno dagli anni 90 in poi, e, quindi, siamo andati a curiosare tra i programmi dei corsi per verificarne l’idoneità a svolgere il delicato compito di interdizione. Non abbiamo trovato niente di utile, nella nostra opinione, che proponiamo all’Università, per essere smentiti o per ricevere conferma.

 

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