Caso Di Matteo, Bonafede alla sbarra


Il caso Di Matteo – Bonafede ha provocato un piccolo terremoto nel Palazzo, di cui ancora non si vede la portata. Diversamente che nell’opinione pubblica, sempre più smarrita, incredula che il ministro della Giustizia possa avere un ripensamento sulla nomina di un alto dirigente a causa delle battute di criminali in carcere e che un magistrato di chiara fama possa denunciare l’avvenuto ripensamento del ministro, due anni dopo, con una telefonata in diretta televisiva.

Ricordiamo che la telefonata è stata fatta a “Non è l’Arena”, il programma condotto da Massimo Giletti su La 7. Lo smarrimento, in realtà, non riguarda soltanto l’opinione pubblica, perché sull’episodio sono intervenuti nei giorni successivi magistrati (Alessandra Dal Moro componente del CSM in sede istituzionale, Antonietta Fiorillo dirigente dei magistrati di Sorveglianza a mezzo stampa), politici  (Salvini e Meloni in vista della sfiducia a Bonafede, ma non solo) e numerosi analisti, tutti con opinioni differenziate, ma sostanzialmente critiche.

Piero Sansonetti sul Riformista e Aldo Grasso sul Corriere della Sera hanno ventilato la commissione di reati che richiederebbero l’azione penale. Alessandro Sallusti è stato impietoso con entrambi i protagonisti.

Vedremo se l’episodio sarà smorzato o se produrrà conseguenze politiche e giudiziarie.

Noi ci siamo fatti l’idea che, nel corso del colloquio in cui Bonafede ha proposto l’incarico a Di Matteo, qualcosa i due si siano detti, oltre i saluti e la proposta nuda e cruda, e che questo qualcosa possa avere influenzato il ripensamento di Bonafede o di quel “qualcuno”, immaginato anche da Di Matteo, presumibilmente dei Cinque Stelle, a cui Bonafede ha riferito.

Claudio Martelli, ex ministro socialista della Giustizia, ha suggerito che sulla nomina possano avere espresso riserve “gli avvocati” o Salvini, che in quel momento era alleato di Governo, e non Conte, premier appena nominato e troppo debole, o Mattarella, presidente del CSM, che già aveva manifestato perplessità sulla nomina di Savona al dicastero dell’Economia e non avrebbe voluto dimostrarsi troppo invadente. Martelli ha certamente più titolo di noi a supporre, in materia di Palazzo, ma l’ipotesi che un rappresentante dell’avvocatura, sia pure qualificato, abbia potuto influenzare la nomina, per assicurare la delicata posizione apicale ad una personalità meno rigorosa nella direzione delle carceri, appare molto fantasiosa. Si vedrà. Riserviamo il giudizio all’esito degli avvenimenti. Al momento, condividiamo l’opinione diffusa che il ceto dirigente del Paese mostri la corda.

Vogliamo commentare specificamente, invece, l’intervista che Di Matteo ha rilasciato ad Andrea Purgatori su Rai 3, subito dopo l’intervento telefonico. L’intervista ha riguardato, in parte, l’episodio della mancata nomina, e, in maggior parte, la strage di Capaci, in cui trovarono la morte Falcone e la scorta, il lungo periodo di emarginazione e delegittimazione di Falcone che precedette la strage e, più in generale, il contrasto alla mafia, coronato da successi alterni. Di Matteo ha ricordato alcuni frammenti della strage davvero inquietanti.

L’ordigno venne predisposto da un artificiere che all’ultimo momento si sottrasse alla partecipazione attiva, mentre presenziarono personaggi estranei alla mafia, di cui non si sa nulla.

Questa purtroppo è una costante della storia repubblicana. Persone senza nome e senza volto che controllano l’esecuzione e, all’occorrenza, partecipano. Ricordiamo che anche in via Fani, a Roma, non c’erano soltanto esponenti delle Brigate Rosse ad eseguire l’attentato a Moro e alla scorta. Saranno state le persone incaricate dalle “menti raffinatissime” di cui Falcone aveva suggerito l’esistenza? Di certo, Falcone aveva capito e acquisito prove e Borsellino, ucciso poco dopo, sapeva a sua volta. Ricordiamo il mistero dell’agenda rossa scomparsa dal luogo dell’attentato. Non sono stati omicidi di vendetta mafiosa, o almeno non solo, ma “incidenti di percorso” di un piano di conquista. Di Matteo ha ricordato anche gli attentati di Roma e Firenze, che, finora, non hanno avuto spiegazione “politica”, e le parole mormorate da Riina a un altro detenuto nell’ora d’aria: in sintesi, che alcuni segreti di quella stagione dovessero rimanere tali anche per i componenti della cupola. Segreti, tuttavia, che potrebbero costituire patrimonio di conoscenza di Matteo Messina Denaro, ricercato eccellente.

In conclusione, Di Matteo ha raccomandato che la politica non si trinceri dietro il mantra “se ne sta occupando la magistratura”, per abdicare sostanzialmente al proprio ruolo, e ha posto il quesito, a sé stesso e al pubblico, sul “perché” di quelle stragi anomali, apparentemente non funzionali al potere mafioso. E’ una domanda che ci siamo posti e che, secondo noi, trova risposta nel filo rosso che lega le stagioni più burrascose della Repubblica, dagli anni 60 ad oggi, passando per l’avvicendamento di vari ceti dirigenti del Paese e per tante disavventure economiche nazionali, di cui, ora più che mai, il popolo italiano, incolpevole, subisce le conseguenze.      

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