Il caos regna sovrano in casa Cinque Stelle

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Il panorama politico interno continua ad essere caotico, non meno di quello globale. Alla procedura di infrazione minacciata da Bruxelles, che ha scatenato le previsioni più fosche, si sono aggiunti, in casa Cinque Stelle, con rischio di contaminazione del Governo, almeno due fattori destabilizzanti: le indagini a carico di Di Maio padre, in seguito allo scoop delle Iene, e la “presa di distanza” di Fico dal Decreto Sicurezza. Non si può escludere che i due fattori caotici siano collegati.

L’insofferenza di alcuni parlamentari di seconda fila alle decisioni del Governo, inizialmente velata, si è fatta, via via, più pronunciata e ora Fico gli offre rappresentanza, ignorando i precedenti poco fortunati di Presidenti della Camera impegnati in politica attiva, da Fini alla Pivetti. Cosa può venirne fuori, agli effetti del Contratto di Governo e, quindi, della sopravvivenza politica della temporanea coalizione? Secondo noi, nulla di che, sulla base delle proiezioni consentite dagli elementi in campo.

La Lega, però, cresce, e questo non piace ai Cinque Stelle più ortodossi, che avrebbero voluto governare da soli o avrebbero voluto imporre la linea di Governo. Forse nessuno gli ha spiegato che, in democrazia, vale la regola della maggioranza e che, in mancanza di maggioranza, un accordo (o una mediazione, come la chiamavano i democristiani) talvolta è necessario per fare politica. Questa insofferenza dei più ortodossi, o meno allineati con le decisioni strategiche del Capo Politico (la cui autorità finora non è stata disconosciuta pubblicamente), tradisce, in realtà, la vena antidemocratica del M5S, analoga a quella dei partiti ideologizzati di un tempo (Pci, in primis), e tuttavia Di Maio, Grillo e Casaleggio devono tenerne conto.

Grillo e Casaleggio potrebbero decidere di cavalcarla, adattandosi, ma per Di Maio sarebbe la fine politica. E, al di là delle dichiarazioni pubbliche, non crediamo che un Di Maio proiettato dal nulla all’Olimpo della politica italiana, grazie alla sua verve personale, possa accettare di scomparire con disdoro nella campagna del paesello di provenienza. Crediamo piuttosto che vorrà dare battaglia e questo gli renderebbe merito, agli occhi degli italiani.

Certo, la reazione non potrà essere umorale, dovrà contenere un piano A e un piano B, dovrà (o dovrebbe) essere tale da assicurare un futuro politico al Capo sconfessato o, quanto meno, consentirgli un ripiegamento onorevole. Di Maio, però, non ha un suo partito, diversamente da Renzi, per citare un politico caduto in disgrazia, che se l’è cavata con qualche paracadute e ora lavora per il grande ritorno. Le decisioni di vertice del M5S consentiranno, a questo punto, di capire meglio la natura e gli scopi dell’iniziativa politica, soltanto apparentemente spontanea.

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