Calenda in spolvero


Carlo Calenda si propone come l’erede del Partito d’Azione. O così sembra.

Non è più il manager che ha preso le redini del Ministero dello Sviluppo Economico per introdurre i principi della politica industriale nelle vacuità della politica italiana. Ha studiato, ha capito che la politica non è soltanto “fare impresa” (come aveva creduto anche il Berlusconi del 1994) e ha cominciato ad allestire la galleria degli antenati. Un’attività impegnativa.

 Intervistato a In Onda, ha garbatamente negato di avere frequentato il mondo del cinema (di cui il nonno Comencini è stato brillante protagonista) e ha ragionato sulla società italiana e sulla politica come avrebbe fatto un politico d’altri tempi. E’ stato perfino meno irruento e meno polemico del solito con i suoi interlocutori (non che sia stato messo alle strette da nessuno).

E’ uscito vincente nel confronto a distanza con Norma Rangeri, direttrice del Manifesto, che, stizzita, il giorno dopo gli ha dato del replicante di Renzi. Calenda si è dichiarato amareggiato.

Invece, è bene che la Rangeri, avendo perso il bandolo della matassa nel corso del dibattito e avendo definito il Pci “partito socialdemocratico” per dargli torto, lo abbia criticato in modo inconsistente.

Secondo noi, però, Calenda è scivolato sulla figura di Togliatti, da lui definito, con ammirazione, un gigante della politica, alla stregua di De Gasperi.

 Che Togliatti sia stato un politico abile e spregiudicato, non c’è dubbio. Che sia stato un gigante, nella prospettiva italiana è quanto meno discutibile. Per tutto quello che Togliatti ha detto e fatto in Unione Sovietica in danno dell’Italia e degli italiani.

Su Berlinguer, più recente, che ancora sopravvive nella memoria degli elettori, Calenda ha fatto bene a ricordare l’intervista a Scalfari sulla “questione morale”, che poi ha riguardato da vicino proprio il suo partito. La doppia morale del Pci ha aleggiato sulla conversazione, come il fantasma di memoria marxiana.

Non sono ancora dichiarate le ambizioni di Calenda, che pragmaticamente non può sperare, allo stato, di fare il grande balzo. Vuole essere ascoltato per la capacità di analisi? Per il sostegno di ambienti eccellenti privi di riferimenti affidabili? Vuole essere il nuovo Ugo La Malfa, del quale, infatti, avrebbe raccolto volentieri l’eredità del nome: il Partito Repubblicano? Dovrebbe cominciare a dichiararlo per acquisire elettorato e credibilità.        

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