Bufera sul ministero della Giustizia


Non è stato semplice dare un titolo adatto all’articolo. A tutta prima, abbiamo pensato a “Magistratura allo sbando”, pensando alle dimissioni a raffica nei posti chiave del Ministero della Giustizia, alle intercettazioni dei dialoghi tra magistrati, alle congiure sulle nomine, che riproducono esattamente le congiure della politica, delle associazioni imprenditoriali e professionali, di qualsiasi altra aggregazione associativa piccola e grande, i cui componenti si disputano il controllo per i fini più disparati e meno nobili.

Poi abbiamo pensato alle migliaia di magistrati sconcertati e offesi dal pandemonio, quanto e più dei cittadini che assistono allibiti, e abbiamo cambiato idea.

Con questo, non diciamo che la pentola non dovesse essere scoperchiata. Non siamo così ipocriti. Diciamo, invece, che la pentola doveva essere scoperchiata prima e magari che dovessero essere prese misure di prevenzione delle congiure. Tutto qui, ma non è poco. Perché le congiure, le trattative o gli accordi sulle nomine dei magistrati prestano il fianco a critiche ben più che nella politica. Per una ragione di immediata comprensione. In politica le congiure e le correnti servono a conquistare posti di potere per alimentare il potere e quanto al potere è connesso. Se in magistratura le congiure perseguono lo stesso scopo, quale è il premio connesso alla conquista del posto di comando? Questa è la domanda che si pone il cittadino utente della giustizia. Che non è Salvini o il benestante di turno che si rivolge all’avvocato inserito nel sistema, esperto di leggi e non solo.

Il ministro Bonafede ha difeso la sua onorabilità personale e ha fatto bene. Nessuno – pensiamo – sospetta che i criminali mafiosi abbiano influenzato la sua scelta per l’ormai famoso DAP. Ma tutti pensano che Bonafede sia stato influenzato nella sua scelta, da una persona più autorevole o da lui ritenuta più esperta del sistema giudiziario. Salvo che il ripensamento non sia rivelatore di un carattere capriccioso, cosa che, lo diciamo per chiarezza, escludiamo.

Quindi, deve, o dovrebbe, giungere al pubblico l’interpretazione autentica del pensiero del ministro, che finora, invece di dire chiaro e tondo cosa è successo nelle ore tra i due colloqui con Di Matteo, ha preferito affidarsi a espressioni di maniera, alla sua comprovata attività antimafia, alla difesa di ufficio dei suoi colleghi di partito (ben poco convincenti). Lo diciamo, anzi lo chiediamo, ma a questo punto non crediamo che Bonafede voglia o possa dire di più. Peccato, rimane un’ombra sul suo dicastero, che, in passato, è stato ricoperto da personalità dell’ordinamento giudiziario, tra cui ricordiamo tre giganti del diritto che abbiamo avuto la fortuna di apprezzare personalmente: Vassalli, Conso e Mancuso. Ricordiamo anche che perfino Togliatti, dal quale siamo lontanissimi in tutto, ministro nel dopoguerra, nominò suo principale collaboratore, tra le critiche dei suoi, Gaetano Azzariti, che era stato magistrato non alieno da simpatie fasciste. Togliatti alle critiche rispose semplicemente: Azzariti è il migliore. Bonafede può dire la stessa cosa dei suoi collaboratori dimissionari? Tra questi, ricordiamo, si annovera il capo dell’Ispettorato, che svolge un’azione di controllo sulla magistratura e, all’occorrenza, propone al ministro le azioni disciplinari.

Quell’attività è amministrativa, non è giudiziaria, non è indipendente, anzi è funzionale al corretto andamento dell’attività giudiziaria.

Invece, Bonafede – se ricordiamo bene – ha risposto alla domanda di Vespa sull’Ispettorato, che non può interferire con l’attività ispettiva. Francamente ci sembra un errore marchiano del ministro, che, a suo dire, non si sottrae a critiche e sollecitazioni di chiarimento. Ecco, questa è una circostanza che richiede un chiarimento.   

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