Bonafede e Di Matteo, date un segnale di legalità


Nel corso dell’accesa polemica tra il ministro Bonafede e il magistrato Di Matteo ci siamo chiesti se la questione dibattuta si esaurisse nell’assegnazione del DAP a Basentini nel 2018, invece che a Di Matteo, oppure se riguardasse i motivi e soprattutto gli esiti della mancata assegnazione della guida dell’ufficio a Di Matteo.

Abbiamo sperato che venissero offerte ai cittadini spiegazioni esaurienti e comprensibili in pochi giorni e che il “disservizio” della famosa messa in libertà di pericolosi criminali venisse rimediato. Le spiegazioni non sono state offerte, il disservizio è stato rimediato in minima parte e il dibattito è stato sedato.

Abbiamo anche appreso di minacce rivolte a Giletti, conduttore di Non è l’Arena, dove il caso è stato denunciato al pubblico, e abbiamo visto Di Matteo intervistato da Purgatori.

In sostanza, ci siamo fatti l’idea che la coltre del silenzio abbia avuto la meglio sulla domanda di pulizia e che la criminalità abbia riscosso l’ennesimo successo in danno dei cittadini.

Perché – diciamo le cose come stanno – nel frattempo le attività criminali sono state incoraggiate dalla sconfitta della legalità e le vittime continuano ad essere i cittadini che rispettano le leggi e pagano pegno sia alla voracità dello Stato, che non fornisce i servizi essenziali – tra cui quello di giustizia – ma si paga ottimi stipendi e coltiva il potere come può, sia alla violenza delle organizzazioni malavitose. Non soltanto nel Sud del Paese, visto che la politica si svolge a Roma e gli affari si fanno a Milano.

Non è sfuggito all’osservatore anche meno attento, che la rivolta delle carceri ha prodotto un certo numero di morti (sui quali forse bisognerebbe saperne di più) e che tutto è stata meno che spontanea. Anzi, l’organizzazione è stata perfetta, le violenze si sono succedute e le Forze dell’Ordine hanno reagito come potevano, cioè in modo inadeguato, presumibilmente per gli ordini che venivano dall’alto.

Non pretendiamo di insegnare il mestiere a nessuno e, anzi, sappiamo che abbiamo molto da imparare. E, quindi, chiediamo a Bonafede e a Di Matteo, se ne avessero avuto notizia dall’ambiente giudiziario.

Gli interrogatori dei rivoltosi a quali conclusioni hanno portato? Chi ha orchestrato le rivolte, le morti e gli altrettanto presumibili contatti con le autorità? Ma soprattutto quali sono gli esiti “politici” e affaristici della rivolta e della libertà “causa Covid”?

Non abbiamo fiducia che le domande abbiano risposta. Perché, in certi casi, la disattenzione è premiante. Però, almeno un segnale di attenzione per il bisogno di giustizia potrebbe costituire un buon inizio.

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