Andreotti, diari segreti, caccia all’indizio


Pensiamo da tempo, e lo abbiamo scritto, che Andreotti non abbia voluto lasciare la scena terrena senza consegnare ai posteri almeno un indizio sui traumi della repubblica e dell’ultima parte della sua vita pubblica.

Non affidato a tizio o caio. Nessuno godeva della sua fiducia incontrollata. Ma agli scritti. Perché i posteri sappiano e possano ancora apprezzarlo.

Non è un’operazione interpretativa di semplice e pronta fattura. E’ un’operazione che richiede un elevato grado di conoscenza dei fatti, pregressi si direbbe in tribunale, interni ed esterni alla politique politicienne, e un impegno notevole, osteggiato, o almeno non favorito, ancora adesso. Cosa avrebbe voluto dirci Andreotti?

Purtroppo non godiamo della sua intelligenza e della sua prospettiva. Ci proviamo. Partendo da Moro. Perché è morto?

L’assassinio di Moro è un punto di svolta nella storia della repubblica. Con la sua morte la strategia della tensione ha cambiato sembianze, ma non è finita. Ed è stata contrassegnata da morti eccellenti, prima e dopo il rapimento. Calabresi, Pasolini, Dalla Chiesa, Falcone, Borsellino, e tanti altri, meno noti e meno imputabili alla politica. Apparentemente.

Noi mettiamo nel conto anche la scomparsa di Federico Caffè, testimone attendibile e interprete assai scomodo di fatti economici e finanziari, l’incidente dell’ascensore di Paolo Ungari e i tanti saccheggi impuniti (anzi, incoraggiati) dell’economia nazionale, ancora in corso. A prescindere dai dettagli, sono vicende che si ascrivono all’insegna del declino italiano e di un’unica trama. Variegata, opaca, ma lineare.

Andreotti ha vissuto al centro del sistema e conosceva bene i protagonisti della scena internazionale. I “Visti da vicino”, i suoi libri sulle personalità di vari decenni della politica internazionale, sono numerosi.

Suo figlio Stefano, curatore dei Diari, ha confermato l’affezione e l’interesse del padre per la politica estera. Meno scontata di quella interna. Più frizzante. Più adrenalinica, per una persona che amava vivere con i piedi per terra e con la testa in cielo, perché sapeva, con Shakespeare, che la conoscenza si applica a sistemi complessi, con cui i giocatori interferiscono. E lui è stato un ottimo giocatore.

Quando venne incriminato, Andreotti si recò a New York a parlare con un avvocato, del quale, allora, il Corriere della Sera pubblicò il nome in un trafiletto. Che non venne ripreso. Poi, il lungo processo, con l’assoluzione stemperata dal dubbio sul periodo precedente alla prescrizione.

Una vittoria di Coppi e della Bongiorno, ma soprattutto di Andreotti e dei suoi Diari. Che possono dire ai posteri molto di più sulla vita della repubblica.          

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