USA, elezioni e politica estera


Gli americani tra 2 mesi saranno chiamati alle urne per le elezioni presidenziali. A Trump sarà opposto Biden, ex vicepresidente di Obama, in ticket con Kamala Harris, senatrice della California di origine asiatiche. Alexandra Ocasio – Cortez al momento è stata messa da parte.

Sanders, che ha riscosso in passato grande consenso tra i democratici e ha tentato di proporre la sua candidatura, non riscuote le simpatie dei maggiorenti del partito, sostanzialmente dei finanziatori. Vista dall’Italia, non è sembrata una decisione democratica. E potrebbe non essere la decisione giusta per la presidenza americana, se Biden avrà la meglio.

Perché Biden sarà attento alle richieste dei finanziatori, ma non rappresenta l’anima socialdemocratica del partito. E, di certo, non raccoglie il consenso dell’America profonda, che ha scelto Trump per sfuggire agli effetti della politica imposta da Wall Street con modalità che ben poco hanno di democratico. La partita, malgrado i sondaggi a favore del successo democratico, è aperta.

La stampa ha svolto un ruolo importante nella demonizzazione di Trump fin dal primo giorno del mandato, forse consapevole che il presidente non potesse essere “impicciato” dalle tante accuse improvvisate nei suoi confronti, ma certa che la calunnia è un venticello, e qualcosa rimane sempre.

Prima dell’amministrazione in carica, non si erano mai viste tante personalità di primo piano impegnate a confliggere con il presidente, nella prospettiva della tornata elettorale, con una campagna che è durata 4 anni: l’intera durata del mandato presidenziale.

I temi dell’economia in epoca coronavirus saranno decisivi, insieme alla politica estera, che, da anni, consiste nell’abbandono progressivo delle postazioni europee e mediterranee e nella consegna del Vicino e Medio Oriente agli avversari storici.

Il lontano Oriente è saldamente nelle mani della Cina, contrastata poco efficacemente dall’india. Una metà della popolazione mondiale è insediata in un territorio poco più vasto del subcontinente asiatico, che vuole molto di più di quanto abbia avuto negli ultimi secoli.

Finora la politica estera americana potrebbe avere soddisfatto la Cina, ma non India e Russia, per citare soltanto due protagonisti inquieti della scena mondiale. La risposta a queste ambizioni e inquietudini potrebbe non essere una nuova Yalta. Non ci sono le premesse, né, tanto meno, le volontà. Una bella gatta da pelare per il nuovo presidente, chiunque sia.   

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