Theresa May fuori per sempre

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Il pianto di Theresa May in uscita da Downing Street ha segnato il fallimento dei suoi tentativi di accordo sulla Brexit e della sua, non breve, stagione politica. Se rimasero ai margini della politica britannica Churchill e la Thatcher, anche lei in lacrime a fine mandato, non ci sarà posto per il ritorno di Theresa May.

I cittadini inglesi riconoscono il valore in politica e lo premiano, ma sono inesorabili con l’insuccesso. Sanno che, unici a rimetterci, nel caso di pietà malriposta, sono destinati ad essere loro.

Theresa May tutto sommato – così pensa l’elettorato inglese – ha avuto la sua chance di distinguersi, ma non ce l’ha fatta e non ha diritto di ingresso nell’olimpo dei politici britannici. Questo è il significato delle lacrime della May. C’è mancato poco perché il trauma della Brexit si trasformasse nella sua opportunità politica, ma ha sbagliato valutazioni e non ha adeguato i comportamenti alle esigenze di una realtà più complicata di quella che si aspettava di incontrare, come interlocutrice negoziale a Bruxelles.

Che certamente non si esaurisce in Juncker, ma riguarda quel groviglio di interessi rappresentato in Europa da Juncker e da quelli che sfruttano, con lui e come lui, per motivi economici, finanziari e politici, le diversità della normativa fiscale e societaria, a protezione di interessi mondiali a tante cifre.

La May lo aveva capito? Probabilmente no, perché lei stessa, come Primo Ministro di un Paese protagonista della finanza mondiale, pensava di essere un Potere con cui gli altri dovevano fare i conti. Ha sbagliato valutazioni, errore gravissimo per un politico, e i concorrenti interni, con il sostegno dell’opinione pubblica, non gliela hanno perdonata. Perfettamente comprensibile. Prendiamo esempio.

 

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