Theresa May, il potere logora chi non ce l’ha

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Incaricata di guidare un Gabinetto di transizione, scomodo quanto può esserlo il problema dell’uscita dall’Unione Europea, Theresa May, sconosciuta fino a qualche mese fa al pubblico britannico, ha accettato e non ha sbagliato una mossa. Certamente non dal suo punto di vista. La Brexit, quale che sia, non sarà semplice e non sarà indolore, sul fronte interno, prima che sul fronte estero.

Nicola Sturgeon, primo ministro scozzese, non ci sta. La Scozia è appena uscita dal sofferto referendum di conferma della permanenza nel Regno Unito (e chi conosce la Scozia e gli scozzesi sa quanto questo gli sia costato), sull’assunto che in Europa uniti si vince, e la parte meno nobile dell’Inghilterra gli fa lo sgambetto e decide di uscire dall’Europa! Anche il Galles non sembra felice, ma è piccolo. Si può gestire. Meno la Scozia. L’industria finanziaria e bancaria inglese, più propriamente londinese, il fulcro dell’economia del Regno Unito, deve riorganizzarsi e le riorganizzazioni costano.

Nel frattempo la concorrenza si dà da fare. E anche i normali commerci rischiano la flessione, in entrambi i sensi, con buona pace dei consumi e degli umori dei cittadini. Che votano. Per questo, la May ha deciso di andare subito al voto, con ampiamente riconosciute probabilità di successo. Poi si vedrà. Il mandato supererà la Brexit (o magari una imprevista quasi remain) e le sue conseguenze, che comunque potranno essere imputate nella successiva campagna elettorale ai partiti concorrenti.

Quindi la May ha visto giusto, ha gradito l’assaggio di premiership e, come tutti i politici di razza (qualcuno già associa il suo nome a quello della Thatcher, altro che caparbia ragazza del Sussex, come dice Beppe Severgnini), lo vuole perpetuare. Per logorare i suoi avversari e comunque per assicurarsi un posto nella galleria dei Primi Ministri che hanno reso forte l’Inghilterra. Forse non sarà Churchill, ma già sembra migliore di Cameron e Blair.   

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