Stati Uniti, una politica tutta da chiarire


La politica di Obama sembra affidata più ai servizi segreti che al dibattito tra congresso e White House. Non solo per l’incertezza sulle strategie geopolitiche, a favore di scelte tattiche connaturate alle esigenze di politica interna ed estera tipiche dei servizi segreti di ogni paese, e per l’infelice pratica (protratta per anni) di spiare le cancellerie di paesi alleati, che ha generato un alone di inaffidabilità reciproca nell’ambito delle alleanze militari che continuano a informare i rapporti di scambio informativo e commerciale tuttora in corso (vedi commessa F35), anche in seguito alla caduta del muro di Berlino.
Soprattutto per la mancata definizione e adeguata comunicazione dell’interesse nazionale degli Stati Uniti, quanto meno rispetto alla zona calda medio-orientale e alla stessa Europa (e, a maggior ragione, rispetto al paese alleato Italia).

Gli Stati Uniti del secondo dopoguerra hanno rappresentato nell’immaginario collettivo mondiale la vittoria morale, oltre che politica e militare, del bene sul male del totalitarismo, nonostante l’alleanza tattica con la Russia sovietica che non aveva nulla da invidiare, quanto a soffocamento delle libertà e a brutalità, alla Germania nazista.
La guerra fredda, immediatamente seguita ai patti di Yalta, in un certo senso, tuttavia, aveva riscattato l’immagine e il percorso politico degli Stati Uniti e la presa di posizione di Kennedy (prematuramente scomparso nell’attentato mai completamente chiarito) nei confronti dei missili sovietici installati a Cuba aveva garantito la solidità della politica estera americana e l’impegno a favore delle libertà. Ora questo impegno è in discussione, perché Obama dichiara di non voler fare cose stupide (“don’t do stupid stuff” è il suo motto del momento), pur avendo sostenuto le ragioni della “primavera” libica, e si consegna, apparentemente senza resistenza, alla critica di Hillary Clinton e alla politica dei servizi segreti, che non perseguono un interesse nazionale strategico (non è il loro mestiere) e sono soggetti, come tutte le organizzazioni, alla volatilità e volubilità delle scelte personali dei capi del momento.

L’Italia non è certamente in grado di influenzare a proprio favore un negoziato bilaterale o multilaterale di scambi informativi, militari e commerciali con gli Stati Uniti, ma è in grado di assumere decisioni coerenti con le circostanze e le prospettive determinate dal mancato negoziato.
A condizione che la politica italiana risponda alle effettive esigenze dell’interesse nazionale, che, ad esempio in base alle linee guida del libro bianco per la difesa, già commentate, sembra molto confusa. L’Europa potrebbe negoziare con gli Stati Uniti, avendo l’interesse teorico, gli strumenti e la materia di scambio, ma è troppo divisa al proprio interno da particolarismi e da pregiudizi anche personali (chiamiamoli così).
Non rimane, al momento, che augurarsi che gli Stati Uniti comprendano le ragioni delle alleanze, in senso proprio, rispetto alle utilità, necessariamente contingenti, del servilismo.

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