Una spiegazione del trambusto medio-orientale

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“Il grande gioco” è il titolo del libro di Peter Hopkirk, scrittore inglese, ed è stato il conflitto sotterraneo, prevalentemente tra Russia e Inghilterra, durato tutto l’Ottocento, per il controllo dell’Asia Centrale.

In realtà, Napoleone per primo (onore al merito) aveva capito che la scena geopolitica mondiale (dell’epoca) sarebbe stata dominata dal Paese che avesse avuto il controllo dei flussi informativi e commerciali in Asia, e aveva concentrato la sua attenzione sul centro (come in battaglia), forse per svolgere, nella prospettiva di una lunga vita e di un impero francese consolidato, una manovra a tenaglia contro i Paesi dell’Asia Minore e dei Balcani.

Inghilterra, Prussia e Russia, come si sa, non glielo consentirono, sconfiggendo Napoleone sul campo e provocando il declino delle ambizioni di dominio francese. Nessuno dei tre Paesi, però, si è sostituito alla Francia nel disegno imperialistico di portata mondiale (per il mondo dell’epoca), dovendosi concentrare nelle più urgenti questioni interne (Russia e Prussia) o nel controllo dei mari (Inghilterra).

Russia e Inghilterra, tuttavia, avendo avuto entrambe la netta percezione della possibile soggezione alle ambizioni imperialistiche francesi, ammirandosi e temendosi reciprocamente, proseguirono la strategia di acquisizione di un certo controllo dell’Asia Centrale. Non tanto per occuparlo ed espandersi, quanto per interdire i progetti di conquista del Paese concorrente, conquistando il ruolo di Paese privilegiato. Alla lunga, l’Inghilterra ebbe la meglio.

Oggi, tutto questo vale molto di meno. Perché il mondo si è allargato. Perché le modalità e le possibilità di controllo del mondo globalizzato sono cambiate. Gli Stati Uniti, nel dopoguerra, hanno coltivato e perseguito, per vari decenni, un progetto imperialistico (che l’indimenticato ammiraglio Gino Birindelli, medaglia d’oro al valore, chiamava del “terzo romano impero”).

Fallito il disegno americano di protagonismo assoluto, per tante concorrenti ragioni, la scena mondiale è attualmente dominata da Stati Uniti e Cina, e, in misura minore, dalla Russia, terzo incomodo, emergente dal collasso dell’Unione Sovietica.

Il trambusto medio-orientale, del quale finora, da Desert Storm in poi, si è capito ben poco in termini tattici, si inserisce nel più ampio disegno strategico di dominio mondiale statunitense e cinese. Gli Stati Uniti non possono mollare il controllo del Pacifico e dell’Atlantico, che sono ancora, tutto sommato, due ampie zone cuscinetto. E hanno un bel da fare nel continente americano, considerato il cortile di casa, sia Nord, con il Messico, che Centro e Sud. Tutto il resto è cinese, nell’ambizione di Xi Jinping e dei suoi sostenitori, interni ed esterni.

I due bocconi principali sono Europa e Africa, dove le mani cinesi si sono da tempo allungate, avvalendosi di complicità di vertice e della cecità dei governi che potrebbero ancora contenere l’invasione. E con l’implicita benevolenza statunitense marcata “realpolitik”.

La Russia, in questo disegno, sostanzialmente povera di industria, territorialmente emarginata, muove le sue pedine per dimostrare che esiste e che può ancora concorrere. Ma il dominio europeo le è escluso, e gli altri territori sono occupati. Salvo, in un certo senso, il Medio – Oriente, che soffre di assetti precari e contesi.

In questo contesto, la guerricciola di Erdogan è velleitaria, condannabile sotto il profilo dei diritti umani, e funzionale al perseguimento di un progetto a breve/medio termine, legato alla vita e alle ambizioni di alcune persone. Ma non potrà nemmeno contribuire ad alterare gli assetti che, fin d’ora, sfuggono al suo controllo nel modo più assoluto.

L’unico soggetto politico che potrebbe ancora svolgere un ruolo di contrasto, forse sostenuto tatticamente dagli Stati Uniti (ma dipende dall’amministrazione), è l’Unione Europea. Ma non questa Unione.

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