Segnali di allarme da Deniz Yucel appena scarcerato


Deniz Yucel, giornalista turco – tedesco del giornale conservatore Die Welt, è stato un anno in carcere in Turchia per avere scritto articoli poco graditi al Potere locale. L’impegno del Governo tedesco, fino a quel momento in ottimi rapporti con le Autorità turche, e il sostegno della Comunità Internazionale, oltre ad una robusta difesa legale, hanno portato alla sua liberazione e al ritorno a casa, a Berlino, dove è stato intervistato dai colleghi di varie testate.

Yucel ha espresso parole di sollievo per l’esito della carcerazione, che non era così scontato, ha ringraziato chi di dovere ed ha espresso il timore che l’insofferenza del Potere all’attività di inchiesta giornalista stia montando anche in Europa, con effetti devastanti a carico delle libertà individuali. Ha ricordato che a Malta e in Slovacchia sono stati uccisi nelle settimane scorse giornalisti impegnati nella denuncia delle zone di confine tra malaffare e politica ed ha avvertito che “nel caso peggiore la Turchia oggi si trova già là dove l’Europa arriverà tra qualche anno: alla fine della società aperta, sprofondati fino alle ginocchia nella dittatura” (da la Repubblica).

Noi siamo, una volta tanto, meno pessimisti, forse anche perché non abbiamo passato un anno in carcere come Yucel. Però, ci rendiamo conto che molte persone delle Istituzioni, da qualche anno a questa parte, hanno cambiato modi, non gradiscono le critiche e le respingono con sufficienza e tracotanza o le assorbono in silenzio, ricorrendo al sistema del muro di gomma. Sono segnali inquietanti e possono essere i primordi di una Democrazia inquinata, a scartamento ridotto, in cui le garanzie costituzionali perdono di effettività.

I dissesti di banche e società quotate, teoricamente sottoposti alla garanzia del controllo pubblico, hanno impoverito milioni di persone (arricchendone impropriamente poche altre) e si sa, per l’esperienza della storia, che la mancata reazione delle Istituzioni alle sopraffazioni è l’anticamera dell’oppressione. Noi crediamo nella ricetta costituzionale del principio di sussidiarietà (se le Istituzioni non fanno, tutti hanno facoltà di intervento), sulla presunzione che soltanto poche persone di poche Istituzioni siano inerti o colpevoli. Speriamo di non essere smentiti.

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