Rapporti con la Cina, meglio Confucio di Prodi

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Da qualche tempo Prodi ha lasciato la tenda, va meno in bicicletta, ma appare sempre più spesso in pubblico. Si fa fotografare “casualmente” dal Corriere della Sera accanto a Tria e occupa le colonne del Sole 24 Ore, con lenzuolate (avrebbe detto Bersani) di raccomandazioni. Sostanzialmente per ammonire gli italiani, dal pulpito della sua saggezza di ex Presidente della Commissione europea e di ex Presidente del Consiglio, che la Cina è vicina, che l’unica organizzazione funzionante di commercio mondiale è la Nuova Via della Seta (un vasto programma cinese), che il conflitto tra Cina e Stati Uniti è una follia e che l’Unione Europea può svolgere un ruolo di pacificazione, utile ai contendenti e a sé stessa. Praticamente, secondo lui, un programma win win, una cosa in cui tutti vincono.

Non discutiamo di fantasie, atteniamoci ai fatti. Che denunciano l’insofferenza degli Stati Uniti nel rapporto con la Cina, a causa del suo progresso tecnologico inatteso (e insidioso) e della sua prevedibile, ma trascurata, occupazione di una parte dell’Africa nera e di una considerevole parte, con altri mezzi, del mondo occidentale, fino a non molti anni fa dominato dalla potenza economica e militare americana. Mentre la Russia, sottovalutata per 20 anni, continua a farsi sentire in Medio Oriente e, perfino, in Europa (e, con altri mezzi, negli Stati Uniti, così dicono le malelingue). Enough is enough, ha detto qualcuno a Washington. E sono partite le contromisure.

E’ cambiata leadership alla Casa Bianca e la politica a stelle e strisce degli anni 2000 non è cambiata molto nel Mediterraneo e dintorni, ma è cambiata nel Lontano Oriente. La Corea del Nord ha svolto il suo ruolo di mediazione e si è sfilata egregiamente dal conflitto, a dimostrazione del fatto che il giovane Presidente può non essere dolcissimo, ma è sicuramente capace. E i due protagonisti veri, ora, si fronteggiano. Nessuno dei due vorrà cedere, il conflitto è destinato a durare. Prodi, su questo, può dire la sua sui giornali italiani, assolvendo così’ la funzione che la sua attuale presidenza dell’organizzazione del commercio cinese gli assegna, ma non è in grado di influenzare il corso della politica europea e, men che meno, americana.

La Cina è un Paese con grandi tradizioni e grandi problemi, non è benvoluta nella sua parte del mondo, ma è apprezzata in Europa, oltre che nei luoghi in cui ha investito molti soldi. In Italia si sono avvicendate almeno due generazioni di cinesi, operai, studenti, tecnici, imprenditori. Le imprese hanno spesso violato le leggi italiane, in danno soprattutto degli operai cinesi, ma il basso profilo le ha esentate da severe operazioni di contrasto.

La Cina non è un alleato naturale dell’Italia e dell’Europa, ma è un Paese con cui bisognerà fare i conti fino al nuovo assetto mondiale, lungi da venire. L’Italia non deve ascoltare il canto delle sirene interessate, ma adottare, piuttosto, una politica degli equilibri. Confucio docet.

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