Putin, sfrattato, si rivolge al Tribunale americano


Nelle guerra delle ambasciate e delle espulsioni tra Stati Uniti e Russia si inserisce, forse per la prima volta nella storia del conflitto tra i due Stati, la prospettiva della lite giudiziaria. Ad iniziativa di Putin in un Tribunale americano. Passino, infatti, le espulsioni, che sono regolate da norme (volatili e insindacabili) del diritto internazionale, non di rado, soggette alla ritorsione o, come più elegantemente si dice in ambiente diplomatico, alla reciprocità. Ma l’espropriazione dai locali (di proprietà russa o comunque nella disponibilità del personale russo) è troppo. E Putin, dicendo “vediamo quanto è efficace il tanto lodato sistema giudiziario americano” e, quindi, confidando che il famoso “giudice a Berlino” sia in trasferta a Washington, ritiene che la legge sia dalla sua parte e che il caso debba essere trattato nella sede naturale dei conflitti giudiziari: il Tribunale. Vedremo se il caso supererà la fase dell’annuncio, che rischia di trasformarsi in una debacle politica americana, sia nel caso della vittoria, che della soccombenza, di Putin. Perché, nel primo caso, si penserà che il Governo a stelle e strisce ha assunto decisioni improvvide e strumentali, e quindi sbagliate, e, nel secondo caso, si presumerà, a prescindere, la connivenza del Tribunale con il Governo. Quindi, Putin ha già segnato un punto a suo favore, a conferma della brillantezza del personaggio e dei suoi consiglieri. Quanto al merito della causa, è tutto da vedere. Si possono prevedere fin d’ora eccezioni procedurali e argomentazioni di ogni tipo. Noi ci auguriamo che la causa si faccia e che gli atti siano divulgati strada facendo. Saranno di grande interesse politico e giuridico.

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