L’uomo dimenticato, da tutti

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The forgotten man, l’uomo dimenticato, è l’interlocutore di Trump, l’uomo della strada di cui interessa poco a chiunque, se non nel momento del voto.

In America l’uomo dimenticato ha votato Trump, grato che qualcuno lo lusingasse e gli promettesse grandi cose. Che, poi, sono state mantenute da Trump, che si ricandida alla presidenza. America first è il suo motto. E l’America, effettivamente, se non prima in tutto, è tornata prima in molto, comunque in auge.

Nella ricchezza, intanto, con grande soddisfazione dell’uomo dimenticato, che beneficia di un maggior dividendo del Pil nazionale, grazie alla ricetta tradizionale del potere e del dazio a carico dei Paesi più deboli o meno attrezzati.

Trump ha trasferito in politica la regola semplice della torta divisa a vantaggio proprio, prima del suo impero economico, ora degli Stati Uniti, in danno dell’altro, della controparte del momento, prima uomo d’affari concorrente, ora il resto del mondo.

C’è la Cina che condivide lo stato di benessere politico ed economico, più o meno con la stessa regola, adeguata alla circostanza di un Paese ricco di risorse umane povere. Ma la Cina non vuole insidiare l’America, non ne ha bisogno, almeno per ora.

Ogni tanto gli mostra i denti o telefona a Kim Jong-un, che lucida il bottone rosso. Cosa, poi, ci sia sotto il bottone, probabilmente non lo sa nessuno, eccetto Kim. Ma va bene così, perché nessuno vuole la guerra, da quelle parti.

La guerra è altrove. In gran parte dell’Asia a varie intensità. In Europa a bassa intensità, economica, finanziaria e, di tanto in tanto, terroristica, quel tanto che serve. In Nord Africa. Ora c’è il caos libico. C’è stato quello algerino, tunisino, egiziano, e c’è quello palestinese, un sempreverde.

Anche in Europa ci sono forgotten men, in aumento, soprattutto in Italia, di cui non frega niente a nessuno. Salvo che nel momento del voto. Forgotten men, organizzatevi, se potete. Finché potete.

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