La nuova Russia

cremlino

Il Foglio del 23 giugno 2012 ha dedicato gran parte della prima pagina all’osservazione delle iniziative politico-economiche in corso nella nuova Russia di Putin. Superate le esigenze di consolidamento del potere, consapevole della missione storica di cui si è investito, Putin ripropone il paese sul palcoscenico internazionale per svolgere un ruolo negli equilibri politici ed economici dei prossimi anni.

In seguito al fallimento del socialismo reale e alla deflagrazione dell’impero sovietico, il ceto dirigente del paese si è rinnovato varie volte, fronteggiando ogni volta esigenze di confronto e di consolidamento degli assetti interni. L’economia, sofferente da sempre malgrado le risorse a buon mercato offerte dai paesi satelliti, stremata dalla competizione per una pretesa, quanto incomprensibile sul piano industriale, conquista dello spazio e dall’errore tattico, non strategico, della guerra in Afghanistan, ha rischiato di restituire la società rurale, che costituisce la struttura portante del paese, all’indigenza dei secoli passati.

Le carenze di una industria compatibile con le esigenze di soddisfazione della domanda interna e la bilancia commerciale fortemente squilibrata in favore dell’importazione di tecnologia e di prodotti finiti, oltre che di semilavorati, hanno evidentemente provocato una riflessione sulle sorti del paese, destinato ad un ulteriore ripiegamento in assenza di una rinnovata attenzione alla geopolitica del terzo millennio.

Nessun espansionismo è tuttavia consentito in assenza di politiche di gratificazione di una società civile informata e sempre più attenta ai diritti umani, civili e politici. Si tratta di un fattore variabile e incommensurabile, ma incomprimibile, destinato a fare la differenza nella competizione tra Stati Uniti, Cina, India ed Europa, posto che Cina ed India dovranno promuovere intelligenti e visibili politiche di sviluppo interno, se vorranno mantenere il passo all’esterno.

Nessuno ne parla, ma questo fattore strutturale è tuttora premiante per gli Stati Uniti e costituisce il differenziale portante degli interessi europei, non a caso – stupidamente – perseguitati dalla speculazione internazionale di origine nordamericana. Putin ha costituito a scopo divulgativo un “consiglio di guerra“, ma sollecita e promuove investimenti nel comparto alimentare e nell’industria meccanica, e definisce una nuova linea politica, avendo dovuto archiviare il progetto della trasversalità europeo-nordafricana, consentendo peraltro a Dmitri Trenin, direttore del Carnegie Moscow Center e opinionista dell’International Herald Tribune, di sostenere e attribuire al governo capacità e ragioni di un solido pragmatismo che tenga conto delle opportunità sul campo e delle iniziative delle controparti di Washington e Pechino.

La riflessione di Trenin trascura però il fattore Europa, destinato comunque a svolgere il ruolo decisivo nello scacchiere mondiale, o per il contributo offerto o per il mancato contributo. Putin e gli altri decision maker del mondo globalizzato dovrebbero tenerne conto.

 

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