La lezione di Trump

President Donald Trump walks onstage to speak at a campaign rally, Tuesday, Dec. 10, 2019, in Hershey, Pa. (AP Photo/Patrick Semansky)

A Trump vengono rivolte continuamente accuse di emotività e improvvisazione. A giudicare dal progetto di risanamento dell’economia americana da lui perseguito e conseguito nel corso del mandato, al massimo gli si può imputare un eccesso di intuizione tradotto in azione politica, laddove la politica richiede, di solito, programmi e strutture dedicate.

Trump ne ha fatto, in parte, a meno, perché le strutture di potere in America erano nelle mani dei Democratici, che – per la verità – dai Clinton in poi si sono dimostrati ben poco democratici.

La rapidità, a volte frenetica, di licenziamento e di assunzioni del personale dirigente ha fatto parte, nel progetto strategico di Trump, dell’emarginazione, prima, dello smantellamento, poi, delle strutture avversarie all’interno della Casa Bianca e del Congresso.

Il progetto, riassunto nel motto America First, si è così trasformato da slogan elettorale in strategia di amministrazione, da cui le risorse, anche umane, e le azioni di governo sono state determinate. In altri termini, la tattica a servizio della strategia.

Cosa ha insegnato Trump al mondo, in questi tre anni di mandato? Che l’attività di conquista del potere da parte di un gruppo agguerrito, come sono i vertici dei Democratici americani e i loro sodali nel mondo, può essere arginata, pur avendo a disposizione meno soldi, meno mezzi di comunicazione, meno (iniziale) credibilità personale.

Il successo di Trump, però, dimostra anche che la democrazia americana, messa alla prova, funziona. Alla fine, con Trump stanno vincendo gli elettori, i forgotten men, gli uomini dimenticati del deep country, della provincia lasciata a sé stessa. Gli sconfitti del mondo globale voluto dai Clinton e ora da Bloomberg, che ha messo sul piatto (o, meglio, per il momento ha promesso di mettere sul piatto) un miliardo di dollari per la campagna elettorale, o anche più, se serve. Non è esattamente un sintomo di democrazia che un candidato voglia battersi con i soldi.

In Italia, se Zingaretti o Salvini o altri leader fossero soccorsi dai soldi, accadrebbe un finimondo.

Se dalla vicenda americana si può trarre una morale, possiamo sintetizzare che il popolo può riscattarsi, a condizione che ci sia un leader capace di interpretare le legittime istanze popolari, e che il sistema democratico e costituzionale funzioni. Un sistema non funzionante non è democratico, non risponde ai valori della libertà protetta dalla Costituzione ed è sostanzialmente illegale.

 

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