Kim Jong-un, più Principe che Riccardo III

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Il rapporto di Kim Jong–un con il potere è molto criticato nel mondo occidentale. Ed è un eufemismo. Al leader, in effetti, vengono imputate atrocità indicibili a carico di parenti e di esponenti apicali dell’establishment, a tutela dell’assetto di potere, personale e nazionale. Che, però, costituisce, adesso, la premessa di fatto della trattativa distensiva, in corso con Stati Uniti e Cina.

In mancanza di leadership riconosciuta, Kim non sarebbe stato considerato interlocutore di rango, né dall’ “alleato” cinese (sempre più paragonato al mitico Mao), né, tanto meno, da Trump, che non difetta di autostima e non parla con nessuno che non consideri del suo livello. Ci sono, quindi, tutte le indicazioni che Kim abbia imparato da piccolo il mestiere del Capo di Stato e, memore dell’insegnamento di Machiavelli, non si sottragga dal compimento di azioni malvage (o normalmente considerate tali), a scopo di consolidamento del potere. Che, per definizione, viene insidiato.

Machiavelli nel Principe, ma non mancano riferimenti nelle sue opere minori o in quelle destinate allo spettacolo (la Mandragola), istruisce il “pupo”, ma in funzione del governo dei cittadini e a fini del loro benessere (sia pure un benessere secentesco, nelle condizioni date). Viene attribuita a Machiavelli l’intuizione dello Stato sovrano, nell’ambito dei propri confini. Ben prima della pace di Vestfalia, che consacra la sovranità degli Stati nazionali europei, e quando l’unità di Italia era ben lungi da venire.

Mentre il Riccardo III di Shakespeare è un tiranno crudele, che gioisce del male altrui e, con la commissione della atrocità, persegue soltanto il proprio tornaconto personale, a cui tutti gli altri sono asserviti. Fino all’ultima scena della morte sul campo. Vista la capacità negoziale, che Kim ha dimostrato con il ricorso alla minaccia nucleare inattuata, propendiamo a ritenerlo un allievo di Machiavelli, piuttosto che un personaggio di Shakespeare.

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